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Chiara Caterina Ortelli
Leggi i suoi articoliDal 26 giugno al primo novembre, il Photo Elysée di Losanna presenta in parallelo due mostre che interrogano il ruolo dell’immagine come atto politico e strumento di resistenza: «Inferno & Paradiso» di Alfredo Jaar e «Why Don’t You Dance?» di Hannah Darabi, vincitrice del Prix Elysée 2025. Il filo invisibile che attraversa le due mostre è la convinzione che le immagini non siano mai neutre e che ogni fotografia porti con sé la responsabilità di chi la scatta, di chi la diffonde e di chi la guarda.
Alfredo Jaar (Santiago del Cile, 1956), una carriera che attraversa cinque decenni e la reputazione di uno degli artisti più scomodi del panorama internazionale. Cileno di nascita, newyorkese di adozione per quarant’anni e oggi stabilito a Lisbona, Jaar ha costruito la sua pratica intorno a una domanda che non smette di tornare: «Che cosa ci succede quando guardiamo immagini di sofferenza? Le sentiamo ancora, o le abbiamo ormai consumate fino all’insensibilità?». «Inferno & Paradiso» è la sua risposta più recente, e forse la più diretta. Ha contattato 20 fotoreporter (Lynsey Addario, Motaz Azaiza, Véronique De Viguerie, Brent Stirton, Anastasia Taylor-Lind, tra gli altri) e ha chiesto a ciascuno di tornare nei propri archivi con domande precise: «Qual è l’immagine più dolorosa che hai scattato nella tua carriera? E qual è quella che porta più speranza?». Il risultato sono 40 fotografie in tutto, 40 momenti scelti da chi c’era. Il dispositivo è semplice e teatrale: una sala buia, 20 proiezioni di diapositive che scorrono simultaneamente sulle pareti. Ogni 20 minuti, la sala cambia registro. Prima arriva l’inferno (Gaza, l’Ucraina, il Congo, le Filippine) poi il paradiso, poi di nuovo l’inferno. Il riferimento a Dante è dichiarato: Jaar si mette nei panni di Virgilio e noi siamo i «suoi Dante», trascinati in un aldilà fatto di immagini reali. L’effetto è straniante, a tratti insostenibile, e questo è esattamente il punto: la mostra afferma con forza che la fotografia non ha perso il suo potere d’urto, ma siamo noi ad aver smesso di guardarla davvero.
Dall’altra parte del museo, Hannah Darabi lavora con la stessa urgenza ma strumenti opposti: non la sala buia e la proiezione, ma l’archivio paziente, il collage, il video e la ricerca storica. Artista iraniana nata a Teheran nel 1981, vincitrice del Prix Elysée 2025 (riconoscimento biennale da 80mila franchi svizzeri che Photo Elysée assegna, in collaborazione con Parmigiani Fleurier, a fotografi a metà carriera), Darabi porta a Losanna un progetto che ha la complessità di un romanzo e la precisione di un saggio. «Why Don’t You Dance?» nasce dall’eco del movimento «Femme, Vie, Liberté» (Donna, Vita, Libertà) che ha scosso l’Iran a partire dal 2022, e si costruisce attorno a tre figure emblematiche della danza popolare iraniana che incarnano altrettante stagioni politiche del Paese. Mahvash, star del cabaret degli anni Cinquanta, diventa il punto di partenza per esplorare come il corpo delle donne sia stato progressivamente controllato dopo la Rivoluzione del 1979. Jamileh, maestra di danza del ventre, è il campo in cui Darabi, attraverso una serie di video girati a Berlino con un collettivo di danzatori, mette in scena la tensione irrisolta tra tradizione e modernità. Infine, Mohammad Khordadian, coreografo della comunità iraniana di Los Angeles, apre lo sguardo sulla diaspora: il mitico Cabaret Tehran della California del Sud come luogo in cui la danza ha continuato a vivere, trasformandosi, lontano da ogni censura.
Hannah Darabi, dalla serie «Mahvash’s Book of Pleasure, Why Don’t You Dance?», 2026. © Hannah Darabi