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Chiara Caterina Ortelli
Leggi i suoi articoliInaugurata lo scorso 4 giugno, la nona edizione della Triennale di Fotografia di Amburgo (fino al 22 settembre), è stata fondata nel 1999 dal fotografo di moda, gallerista e collezionista tedesco F.C. Gundlach (1926-2021), al quale sono dedicate due delle 11 mostre principali che compongono il programma della Triennale, cui si aggiungono 15 altre rassegne della Triennale Expanded. Un totale di 279 posizioni artistiche distribuite in tutta la città, un appuntamento da non mancare. A guidare quest’edizione è il curatore Mark Sealy, scrittore britannico e figura di riferimento nel dibattito postcoloniale, noto per il suo lavoro sui legami tra fotografia e trasformazioni sociali.
La mostra principale, «Alliance, Infinity, Love. In the Face of the Other», curata da Sealy, occupa le Deichtorhallen Hamburg con 500 lavori di 30 artisti provenienti da Paesi e generazioni diverse. Il percorso si articola in tre capitoli: «Alliance», dedicato alle alleanze possibili anche attraverso le differenze; «Infinity», sulle possibilità del diventare e del trasformarsi; e «Love», un invito a ricordarci come comportarci con il prossimo. La fotografia acquista qui una dimensione di empatia, di riparazione, di avvicinamento all’altro. Le fotografie di Rotimi Fani-Kayode, fotoreporter nigeriano-britannico che intreccia cosmologie yoruba e attivismo queer, dialogano con i lavori dell'artista messicana Teresa Margolles, con le opere di Nil Yalter e di Eikoh Hosoe. I ritratti di Didier Ben Loulou incarnano l’incontro con l’altro. La mostra si prolunga con «Cocktail Prolongé. F.C. Gundlach», curata da Sabine Schnakenberg: più di 300 opere scelte tra le 15mila che compongono la collezione di Gundlach. Si passa dalle esplorazioni sadomasochiste di Mapplethorpe agli esperimenti fotografici di Irving Penn, Man Ray e Bill Brandt, dai mondi fittizi di Cindy Sherman e Joel-Peter Witkin alle bambole di Hans Bellmer, senza dimenticare i grandi ritrattisti come Diane Arbus e Avedon: tutte opere che interrogano il corpo e la possibilità di dare forma visibile a fantasie che di solito restano nell’ombra, estravaganze e vulnerabilità che provocano e mettono in discussione ogni forma di conformismo. La mostra si chiude con un autoritratto di Gundlach, o meglio, uno scatto dei suoi piedi a bordo di una piscina, che lascia lo spettatore incuriosito e apre la strada al Bucerius Kunst Forum, dove i curatori Sebastian Lux, Franziska Mecklenburg e Sophie-Charlotte Opitz hanno allestito «You’ll Never Watch Alone», il racconto della vita di Gundlach in sei capitoli.
Abdulhamid Kircher, «Senza titolo», 2016. Courtesy l’artista e Carlier | Gebauer, Berlino/Madrid. © Abdulhamid Kircher
Di fronte alle Deichtorhallen si trova il PHOXXI-Museo di fotografia temporaneo, dove le curatrici Nadine Isabelle Heinrich e Viktoria Rochambeau presentano fino al primo novembre due giovani artisti: Akosua Viktoria Adu Sanyah (1990) e Abdulhamid Kircher (1996), entrambi alle prese con il racconto della propria storia familiare. Uno accanto all’altro, il Kunsthaus Hamburg e il Kunstverein in Hamburg offrono due esperienze che giocano entrambe con i confini del mezzo fotografico. Al Kunsthaus, l’installazione «Whispers» di Melike Kara invade l’intero spazio con fotografie che si dissolvono in vasche d’acqua, mentre al Kunstverein Nina Porter presenta «Sample Question», un’indagine sulla dinamica tra linguaggio scultoreo e fotografico.
Fuori città, nella Sammlung Falckenberg, la mostra «Inner Mornings or Forms of Couterculture» (fino al 13 settembre), curata da Émilie Houssa, Goesta Diercks e Dirk Luckow, prende le mosse dalla figura di Claude Cahun (1894-1954), artista, fotografa, attivista e scrittrice surrealista, pioniera di una rappresentazione dell’identità di genere in anticipo sui tempi. 170 opere di oltre 80 artisti, distribuite su tre piani, interrogano il ruolo della fotografia nel raccontare le narrative della counterculture. Si esplora il tema della disobbedienza civile attraverso Adrian Paci o Santiago Sierra. Le fotografie di Robin Collyer esplorano paesaggi urbani e suburbani, in dialogo con le serie concettuali di Victor Burgin, che intreccia immagine e testo, accanto al lavoro di Lewis Baltz sul paesaggio industriale americano, o di Sigmar Polke e Wolfgang Tillmans. Martha Rosler rilancia la sua critica alle ideologie che governano la vita contemporanea, mentre chiude il percorso «On est heureux quand on manifeste», un’opera emblematica di Endre Tót, nella quale il gesto collettivo della manifestazione diventa sinonimo di gioia e di esistenza.
All’Hamburger Kunsthalle, «But I World I See You*» (fino al 4 ottobre) è un percorso che segue le risonanze personali della curatrice Corinne Diserens attraverso oltre 40 artisti. Il primo capitolo invita a decifrare dei paesaggi sepolcrali: le radiazioni di Sigmar Polke, di Pierre Huyghe e le immagini scientifiche di Henri Becquerel. Il secondo reintroduce il dialogo tra fotografia e oggetto, convocando Marcel Duchamp, Alfred Stieglitz e Richard Hamilton per estrarre l’inconscio ottico, mentre il terzo e si concentra sul legame tra memoria, traccia e archivio: come i dettagli rivelino informazioni sepolte, con opere di Hannah Darabi, Akram Zaatari e concludendo con quelle di Saâdane Afif.
La Triennale si estende anche a tre musei della città che vanno ben oltre il perimetro dell’arte contemporanea: un museo di etnologia, uno di design e uno dedicato al lavoro. Al Markk, la mostra «Resonating Images from Peru» (fino al 27 giugno), curata da Christine Chávez, conduce lo spettatore nella regione del Lambayeque, nel Perù del Nord, seguendo il percorso di Heinrich Brüning (1848-1928), ingegnere e ricercatore autodidatta che ha trascorso cinquant’anni a documentare la cultura quotidiana di quelle comunità. Al Museum für Kunst und Gewerbe, la mostra «Care: Reconsidering Photography» (fino al 10 gennaio 2027) presenta Sara Sallam, artista egiziana che propone uno sguardo alternativo sulla storia del suo Paese, interrogando le tracce delle violenze coloniali e reimmaginando narrative che la storia ufficiale ha a lungo ignorato. Infine, al Museum der Arbeit, Luisa Hahn riporta alla luce la figura di Frankie Raffles (1955-94), fotografa e attivista britannica che ha dedicato la sua pratica al documentario sociale, mettendo al centro le donne, la lotta contro la violenza di genere e le comunità migranti (fino al 6 settembre).
Akosua Viktoria Adu-Sanyah, «gesture I-rinse, process, 34 min 22 seconds, 10th of June», 2024, Swiss Art Awards, Basel. Foto Florian Spring