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Sono passati 17 anni dall’ultima grande retrospettiva di Francesco Clemente in Italia: era il 2009 e la mostra si apriva al Madre di Napoli, la città in cui Clemente è nato (nel 1952) e che ha lasciato prestissimo, alla volta di Roma prima, poi del mondo, con l’India pronta a offrirgli sin dal 1973 un nuovo baricentro culturale, spirituale ed esistenziale, in anni in cui il sistema dell’arte occidentale premiava la dimensione smaterializzata e smaterializzante del concettuale e assegnava il primato da un lato ai valori mentali, dall’altro a una militanza di segno (così si diceva allora) «socio-politico». Parlare di pittura? Una blasfemia. Portare a galla l’individualità, con il suo corollario di emozioni, memoria, sentimenti? Un’eresia. Così come lo era attingere alle tradizioni locali di qualunque natura. Intorno, il sangue degli «anni di piombo». Finché, sul finire del decennio, il pendolo della storia invertì la rotta e mentre in tanti si manifestava il bisogno di introspezione e, sì, di disimpegno e di ripiegamento verso il privato, l’arte si appropriava nuovamente (non senza scandalo) dei media tradizionali.
Fra i primi ad avvertire il cambiamento, una pattuglia di cinque giovani artisti che disegnavano, dipingevano, si immergevano nella loro cultura d’origine, guardavano (senza nostalgie ma senza neppure preclusioni) a quel passato di cui ognuno di noi è impastato, e accettavano di esplorare la propria interiorità attraverso una nuova forma di figurazione. Inutile dire che quegli artisti erano (in ordine rigorosamente alfabetico) Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino e che il merito di averli riuniti sotto il segno, presto vincente nel mondo, della Transavanguardia è di Achille Bonito Oliva. E sebbene da tempo i cinque giovani di allora, diventati nel frattempo maestri riconosciuti, abbiano preso strade diverse e indipendenti, non si può negare che fu allora, nella compagine guidata da Abo, che il mondo dell’arte li conobbe (e ne condivise la strada: come non pensare alle esperienze figurative tedesche, francesi, statunitensi?). Nel 1981, quando il fenomeno Transavanguardia era appena esploso, Francesco Clemente si trasferì a New York, la sua nuova patria (ci vive tuttora, seppure con lunghi soggiorni in India), entrando subito a far parte della comunità culturale e artistica più brillante di quegli anni, da Allen Ginsberg, con cui realizzò «Images from Mind and Space» (1983) ad Andy Warhol, con cui lavorò a quattro mani, come in «Saxophone» (1985; entrambi ora esposti in Triennale Milano), fino a Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e altri. Stimoli cui presto si aggiunsero le incursioni in America latina, in cerca di quell’ibridazione di culture di ogni latitudine del mondo di cui da sempre si nutre il suo linguaggio. Che proprio in virtù di tale miscela di tradizioni spirituali e spiritualistiche dell’Occidente, Oriente e del Sud del mondo, si pone nella regione di mezzo, tra realtà esterna e interiore, tra spirito e corpo, tra mente e sensi, che è evocata dal titolo della retrospettiva «Francesco Clemente. In Between» (curata da Francesca Pietropaolo con Robert Storr, insieme a Vito Schnabel Gallery; catalogo Silvana Editoriale) che Triennale Milano, con il sostegno di Deloitte e Fondazione Deloitte, Lavazza Group e Salone del Mobile.Milano, presenta dal 29 maggio al 6 settembre all’interno del progetto di valorizzazione della scena artistica italiana avviato ormai da alcuni anni da Damiano Gullì. Circa 70 i lavori esposti tra disegni, acquerelli, pastelli, affreschi, dipinti a olio e a tempera, libri d’artista, tutti scelti dai curatori insieme all’artista lungo il suo intero percorso: la pratica artistica di Clemente è molteplice, elusiva e cangiante, e la mostra si sofferma su alcuni dei temi prediletti, come l’autoritratto e il ritratto, o su lavori scaturiti da eventi epocali come la pandemia di Covid-19, o da riflessioni sull’inverno della vita e della nostra società.
In quest’occasione abbiamo posto all’artista alcune domande.
Francesco Clemente, «Alba», 1997. © Francesco Clemente. Courtesy di Clemente studio
Francesco Clemente, il suo lavoro torna a mostrarsi in una grande retrospettiva di un museo italiano, dopo quella al Madre di Napoli del 2009. Ma al Madre si trova anche, in permanenza, il suo grandioso intervento murale e pavimentale del 2005. Vorrei partire proprio di qui e dalla sua inclinazione verso gli interventi ambientali (penso anche alla più lontana esperienza del «Palladium» di New York). A che cosa ascrive la sua predilezione per un’arte «espansa»?
Alla cultura degli anni Sessanta, gli anni della mia adolescenza quando qualcuno ha sperato che espandere la nostra mente potesse sconfiggere i nostri demoni.
Tutto il suo lavoro è intessuto di un potente sincretismo culturale, tanto sul piano geografico (Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo) quanto su quello filosofico-religioso, nutrito com’è, quest’ultimo versante, di misticismo, di ermetismo, di pensiero magico. Quali necessità interiori l’hanno spinta in questa direzione? E quali esperienze, viaggi, contatti, sono stati determinanti, a partire dall’incontro, nel 1973, con la cultura indiana?
Le mie esperienze psichedeliche mi hanno fatto notare quanto la nostra identità sia una costruzione labile, un vero e proprio fantasma affamato, come quelli che abitano l’inferno dei tibetani. Ho desiderato allontanarmi dalle fantasie suicide dell’Occidente e dagli infantili pensierini della battaglia finale contro il male. Non potendo andare su un altro pianeta sono andato in India, dove ho incontrato due o tre persone miti che mi hanno aiutato a pensare.
In mostra ci sono numerosi autoritratti, un genere da lei molto praticato. Perché tanti autoritratti? Bisogno d’introspezione? Autoanalisi? O che altro?
Né introspezione né autoanalisi, dato che non si tratta di rafforzare l’io ma, al contrario, di lasciarlo svanire. Il tema dell’autoritratto è la frammentazione dell’io visto come continuità della discontinuità.
Un altro tema ricorrente è il sesso, esplicito ed esibito. Che non appare però, come in altri artisti, una banale volontà di provocazione ma mostra di avere radici più profonde: quali?
In molte tradizioni contemplative il sesso viene accostato all’illuminazione. Solo il sesso e l’illuminazione sono sentieri senza fine che non si possono percorrere se non annientandosi in un altro da noi.
Il mondo l’ha conosciuta inizialmente attraverso il movimento della Transavanguardia. Quanto è rimasto di quella stagione nel suo lavoro successivo?
È rimasto lo spirito irriverente di Bonito Oliva, che avrebbe potuto costruire una trappola e invece ha inventato una storia spassosa e facile da lasciarsi dietro.
Eppure lei ha voluto molto presto intraprendere una via di ricerca propria, trasferendosi anche a New York sin dal 1981. Quanto ha contato per lei la scena artistica e letteraria newyorkese, con i cui protagonisti lei ha spesso collaborato?
Una volta, dopo dieci giorni a Venezia, sono diventato così irrequieto: ma dove andava a mangiare Tintoretto? Dove passeggiava Carpaccio? Dove abitavano gli artisti? E Casanova era ancora in città? Ecco: Venezia o Firenze o Palermo sono città meravigliose, ma New York è una città viva.
Francesco Clemente, «Winter Flowers in Spring II», 2025. © Francesco Clemente. Foto Argenis Apolinario. Courtesy l’artista e Vito Schnabel Gallery