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Arianna Antoniutti
Leggi i suoi articoliTerminata l’importante rassegna dedicata al Barocco genovese, le Scuderie del Quirinale proseguono la programmazione espositiva con la mostra «Arte liberata 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra», curata da Luigi Gallo, direttore della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, e Raffaella Morselli, professore di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Teramo, visibile dal 16 dicembre al 10 aprile. Organizzata dalle Scuderie in collaborazione con la Galleria Nazionale delle Marche, l’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, e Archivio Luce-Cinecittà, la mostra ricostruisce le storie degli uomini e delle donne che, nell’Italia martoriata dalla guerra, si adoperarono per mettere in salvo i beni artistici del Paese.
Attraverso l’esposizione di più di cento opere, oltre a documenti e materiale fotografico e sonoro, si ricompone l’operato coraggioso di soprintendenti e funzionari dell’amministrazione delle belle arti, grazie ai quali sculture, dipinti, reperti archeologici e manoscritti poterono sfuggire alla distruzione o alla razzia come bottino di guerra. Il termine capolavori, nei titoli delle esposizioni, è sovente abusato, ma non è questo il caso. Molte delle opere qui per la prima volta insieme raccolte, in virtù di prestiti eccezionali, rappresentano realmente momenti capitali della storia dell’arte, non solo italiana.
Ad esempio, figurano in mostra la «Danae» di Tiziano da Capodimonte, il Discobolo Lancellotti da Palazzo Massimo a Roma, «L’indovina» di Giovanni Battista Piazzetta dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, e la «Madonna di Senigallia» di Piero della Francesca dalla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. Per Luigi Gallo è proprio «la ieratica “Madonna di Senigallia”, con la sua fragile essenza fisica cui si contrappone l’ineguagliabile potenza artistica, a cristallizzare la storia eroica della tutela del patrimonio italiano».
L’operazione di messa in sicurezza di tale patrimonio ebbe inizio ben prima dello scoppio del conflitto. Difatti, già nel giugno del 1938, una circolare del ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai invitava a stilare un elenco di opere, monumenti ed edifici da sottoporre a protezione. Uno dei principali protagonisti dell’operazione di salvaguardia fu Pasquale Rotondi, soprintendente delle Marche e direttore della Galleria nazionale con sede nel Palazzo Ducale di Urbino.
È nel Palazzo Ducale che Rotondi intraprende l’opera di ricovero, individuando poi nella Rocca di Sassocorvaro e nel palazzo dei principi Falconieri a Carpegna ulteriori luoghi idonei per la difesa delle opere d’arte che da tutta Italia venivano inviate. Nel 1943, fra Urbino, Sassocorvaro e Carpegna, sono occultate e protette oltre 10mila opere, provenienti, ad esempio dalla Galleria Borghese di Roma, dal Castello Sforzesco e da Brera a Milano, dal Tesoro di San Marco a Venezia.
Terminata la guerra, iniziò un periodo non meno cruciale e arduo per il recupero dell’arte razziata dai nazisti. I nomi di coloro che resero possibili le operazioni di salvataggio, prima e dopo gli eventi bellici, sono ricordati nei saggi in catalogo, pubblicato da Electa. Tra di essi figurano Emilio Lavagnino, Bartolomeo Nogara, Fernanda Wittgens, Noemi Gabrielli, Aldo de Rinaldis, Palma Bucarelli, Bruno Molajoli. Come scrive Raffaella Morselli, il patrimonio culturale italiano «fu il collante per la tenuta sociale di un popolo di studiosi e intellettuali che ne fecero il vessillo di una patria universale».

«Madonna con Bambino e angeli detta Madonna di Senigallia» (1474 ca), di Piero della Francesca (particolare). Urbino, Galleria Nazionale delle Marche. © MiC | Galleria Nazionale delle Marche | Foto Claudio Ripalt