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Tra le altre opere, da sinistra: Kader Attia, «History of Reappropriation», 2010, Irene Y. Panagopoulos Collection; Yannis Tsarouchis, «Youth Putting on his Boots», 1973, Irene Y. Panagopoulos Collection

Foto Nikos Alexopoulos

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Tra le altre opere, da sinistra: Kader Attia, «History of Reappropriation», 2010, Irene Y. Panagopoulos Collection; Yannis Tsarouchis, «Youth Putting on his Boots», 1973, Irene Y. Panagopoulos Collection

Foto Nikos Alexopoulos

Mappe prese in prestito e acquari: la nuova mostra della IYP Collection di Atene

Le 49 opere sono distribuite in sei sezioni dette «Marginalia», mentre la metafora che struttura l’intero progetto è quella dell’acquario

Giulia Grimaldi

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Nessuna mappa è neutrale: ogni geografia implica una selezione, una gerarchia, un’esclusione. Da questa consapevolezza prende avvio «Everything I Know Is a Borrowed Map», la mostra con cui Akis Kokkinos rilegge la Irene Y. Panagopoulos Collection di Atene come un sistema di confini mobili, archivi visibili e narrazioni in costante ridefinizione. Aperta fino al 2 aprile 2027 nella sede della collezione a Voula, nel sud di Atene, la mostra interroga i dispositivi attraverso cui costruiamo conoscenza, memoria e appartenenza, dalle istituzioni museali alle classificazioni scientifiche, dai media alle pratiche del collezionismo. Lo spazio della IYP Collection, inaugurato nel giugno 2025, si presta naturalmente a questa riflessione. Concepite come un ambiente ibrido tra deposito visitabile, biblioteca, archivio e spazio espositivo, le sale rendono visibili i meccanismi normalmente nascosti della conservazione e dell’organizzazione delle opere. Dopo «Fernweh, or Nostalgia for Unknown Lands», mostra inaugurale curata da Katerina Hadji, questo secondo capitolo propone una nuova lettura della collezione fondata da Irene Y. Panagopoulos, che dal 2006 sviluppa una raccolta attenta alle artiste donne, agli artisti della diaspora greca e agli scambi culturali nel Mediterraneo.

Per costruire il progetto, Kokkinos ha trascorso mesi a studiare le opere prima di definire qualsiasi struttura curatoriale. «Ho iniziato a lavorare alla mostra alla fine del 2024, racconta, e questo lungo periodo di ricerca ha permesso alle relazioni tra i lavori di emergere gradualmente e intuitivamente, invece di imporre una struttura concettuale predeterminata». Da questo processo nasce un percorso articolato in sei sezioni denominate «Marginalia», termine che indica le annotazioni poste ai margini delle carte geografiche storiche: elementi apparentemente secondari che, in realtà, contribuiscono a determinarne la lettura. Per accedere al percorso il visitatore deve attraversare «Every Door a Wall» di Mona Hatoum. «Attraversare questa soglia, spiega il curatore, attiva la mostra facendo un passo in un ambiente costruito, dove il visitatore diventa simultaneamente osservatore e osservato». È una dichiarazione d’intenti che introduce uno dei temi centrali della mostra: l’idea che ogni sistema di orientamento sia anche un sistema di controllo.

Mona Hatoum, «Every Door a Wall», 2003. Foto Nikos Alexopoulos. Courtesy l’artista e Galerie Chantal Crousel, Parigi

Da qui prende forma una riflessione su chi costruisce le mappe attraverso cui leggiamo il mondo e su chi decide che cosa occupa il centro e che cosa rimane ai margini. Musei, collezioni private, media, zoo e classificazioni scientifiche producono gerarchie di visibilità, stabilendo ciò che merita di essere preservato e ciò che può essere relegato nei depositi. «Sono interessato a rivelare i sistemi presi in prestito attraverso cui impariamo a orientarci nel mondo», afferma Kokkinos. La metafora che struttura l’intero progetto è quella dell’acquario, richiamata anche dall’architettura dello spazio: pareti vetrate, griglie espositive a vista, vetrine, cassetti estraibili e archivi accessibili. Nulla viene occultato; tutto è esibito come parte integrante del linguaggio della mostra. «L’acquario produce questa condizione instabile tra rifugio e contenimento, osserva il curatore. I visitatori si muovono attraverso vetrine, sistemi di stoccaggio esposti, ambienti monitorati, interventi sonori e strutture espositive mutevoli. C’è libertà, ma è sempre negoziata all’interno di un quadro preesistente».

Le 49 opere in mostra sono distribuite nelle sei «Marginalia». La prima sezione, introdotta dall’opera di Mona Hatoum, affronta le cartografie del potere e i dispositivi di controllo delle frontiere. La seconda riunisce lavori nati dall’energia degli elementi naturali e successivamente addomesticati dall’autorità della teca museale. Dietro una vetrina, opere di Jannis Kounellis, Takis, Christo e altri artisti portano alla luce temi marginali, mettendoli in dialogo con documenti storici custoditi nella cassettiera sottostante. La terza sezione invita invece al silenzio e al gioco dell’occultamento. Si incontra l’intimità de «Il giovane che si mette gli stivali» di Yannis Tsarouchis, per poi imbattersi in un Andy Warhol quasi sussurrato («Alexandre Iolas, Polaroid») e nei lavori di Anthony Akimbola e Sin Wai Kin, mimetizzati tra le griglie estraibili. Da questi dispositivi emergono questioni legate all’identità di genere e alle culture queer. Nella quarta sezione si sbatte contro «History of reappropriation» di Kader Attia, che spicca nell’angolo della sala, come un vero arco di accesso alla riflessione sul colonialismo. Le mappe poetiche della Palestina di Jordan Nassar portano una geografia alternativa, contrapposta a quella delle mappe tradizionali, sostituendo il potere con il sogno.

La quinta «Marginalia» si fa corporale, biologica, e la scultura di Georgia Sagri trionfa con il suo invito al respiro come forma di resistenza. Infine, l’acquario di Haris Epaminonda è posizionato in una sezione che diventa uno spazio in cui soffermarsi per leggere pubblicazioni rare e vivere opere sonore, ispirati dall’opera di Anselm Kiefer «Die Donauquelle», che evoca le origini della cultura, della storia e della geografia, aprendo la strada a una nuova lettura della mostra.

Resta tuttavia aperta una questione: può una collezione privata criticare il museo come dispositivo di potere senza riprodurne le stesse contraddizioni? Secondo Kokkinos, «una collezione privata porta inevitabilmente con sé soggettività: desideri, intuizioni, contraddizioni e investimenti emotivi del collezionista. Questo produce un tipo di lettura diverso da quello del museo istituzionale. Allo stesso tempo, una collezione genera ancora forme di potere e contenimento. Una delle domande centrali per me è stata: il collezionismo può davvero liberare i soggetti, le storie e gli oggetti che raccoglie, oppure rischia inevitabilmente di intrappolarli all’interno di nuovi sistemi di proprietà, visibilità e narrazione?». La mostra non offre una risposta definitiva. Mette piuttosto in scena il problema, lasciandolo aperto all’esperienza del visitatore. Ed è forse proprio questa tensione irrisolta a renderla una mostra da attraversare più volte, alla ricerca di nuove possibili letture.

Da sinistra: Melik Ohanian, «Shell», 2014, Irene Y. Panagopoulos Collection; Anselm Kiefer, «Die Donauquelle [The Source of the Danube]», 1988, Irene Y. Panagopoulos Collection; Petrit Halilaj, «Abetare (Eye) [Primer (Eye)]», 2023, Irene Y. Panagopoulos Collection. Foto Nikos Alexopoulos

Giulia Grimaldi, 07 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Mappe prese in prestito e acquari: la nuova mostra della IYP Collection di Atene | Giulia Grimaldi

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