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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliTra pittura e moda, il Novecento trova uno dei suoi dialoghi più articolati. Dal 17 giugno al 28 settembre 2026, il Musée Matisse di Nizza e il Musée Yves Saint Laurent Paris presentano una grande mostra dedicata a Henri Matisse e Yves Saint Laurent, mettendo in relazione due percorsi creativi che hanno attraversato e trasformato il secolo scorso. Con oltre 160 opere, il progetto costruisce un confronto diretto tra pittura e moda, superando le separazioni rigide tra discipline. Come osservato dallo storico dell'arte Pierre Schneider: «Interessato alle arti del costume, Matisse non poteva fare a meno di interessarsi alla moda. L’arte moderna ha trovato nel costume non un accessorio, ma un linguaggio per esprimere la nuova realtà del corpo nello spazio».
L’esposizione si fonda infattisull’idea che tra arti visive e moda esista un passaggio continuo di forme, linguaggi e soluzioni. Matisse e Yves Saint Laurent, pur operando in ambiti differenti, condividono una stessa impostazione: la costruzione dello spazio attraverso il colore, la linea e il rapporto tra materiali. In entrambi i casi, la forma non è mai data, ma risulta da un processo di selezione e organizzazione.
Un primo asse del percorso riguarda la luce e i luoghi che hanno definito il loro immaginario. Per Matisse, il trasferimento a Nizza nel 1917 segna una svolta decisiva. L’artista descrive quel cambiamento come una rivelazione quotidiana: «Quando ho capito che ogni mattina avrei rivisto quella luce, non potevo credere alla mia gioia». Lo studio diventa uno spazio costruito, quasi teatrale, in cui tessuti, arredi e oggetti contribuiscono alla definizione della scena pittorica.
Per Yves Saint Laurent, un ruolo analogo è svolto da Marrakech, scoperta nel 1966. La città diventa un punto di riferimento costante, uno spazio di ritorno e di progettazione. «In Marocco ho capito che il mio colore era quello degli zellige, dei caftani e della luce cruda del deserto», affermava lo stilista. Questo legame profondo con i luoghi e la loro pelle visiva richiama il pensiero di Paul Valéry, secondo cui «il più profondo nell'uomo è la pelle»: entrambi gli artisti, infatti, hanno eletto l'abito e la tela a membrane sensibili, capaci di catturare l'invisibile attraverso il visibile.
Il dialogo tra i due si sviluppa soprattutto sul piano del colore come struttura. Per Matisse, il colore non descrive, ma costruisce. Organizza lo spazio e definisce i rapporti tra le forme. In opere come «Robe violette et anémones» (1937), l’elemento figurativo si dissolve in una composizione in cui il colore diventa architettura. Yves Saint Laurent riprende questa logica in ambito sartoriale. L’abito nasce come composizione visiva, costruita attraverso rapporti cromatici precisi. In questa prospettiva, la moda cessa di essere ornamento per farsi sistema di segni -- o come suggerito da Roland Barthes, un codice che riscrive la bellezza moderna rendendo l'arte un'esperienza indossabile e democratica.
Un passaggio centrale è dedicato al gesto del taglio. Negli ultimi anni della sua produzione, Matisse sviluppa la tecnica dei gouaches découpés, in cui il colore viene ritagliato direttamente, eliminando la separazione tra linea e superficie. «Ritagliare nel vivo del colore mi ricorda il lavoro dello scultore», osserva. E Yves Saint Laurent, in ambito sartoriale, lavora con un principio analogo. Il taglio del tessuto non è una fase tecnica, ma un atto generativo. Questa operazione richiama la logica della «piega» (The Fold) analizzata da Gilles Deleuze: un infinito passaggio tra interno ed esterno, dove il colore è la forza che tiene insieme queste dimensioni. In entrambi i casi, la semplicità finale nasconde un processo complesso di riduzione e selezione, dove la superficie non è mai assenza di profondità, ma il luogo in cui essa si manifesta. La mostra, curata da Serena Bucalo-Mussely e Aymeric Jeudy, mette sì in parallelo due figure, ma evidenzia soprattutto una continuità di metodo. Come sottolineato da Pierre Bergé: «Yves non era un pittore, ma era un artista che usava il tessuto come altri usano il colore sulla tela. Il suo dialogo con Matisse non era ammirazione passiva, era una conversazione tra pari sulla struttura della bellezza».
Yves Saint Laurent, abito da sera indossato da Amalia Vairelli. «SAINT LAURENT rive gauche» collezione primavera-estate 1994. Cour du Louvre, Parigi, ottobre 1993. Musée Yves Saint Laurent Paris Photo © Guy Marineau
Henri Matisse, «La Robe rayée» (The Striped Dress), 1938. Albertina, Vienna.