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In un paesaggio materico, per la partecipazione alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia l’artista Roberto Diago non rappresenta la pelle nera come superficie passiva, ma come archivio di traumi, resistenza e sopravvivenza
- Alessia De Michelis
- 11 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Una veduta del Padiglione di Cuba alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
Foto Clelia Cadamuro
Nel Padiglione di Cuba un attraversamento fisico e simbolico della memoria afrodiscendente
In un paesaggio materico, per la partecipazione alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia l’artista Roberto Diago non rappresenta la pelle nera come superficie passiva, ma come archivio di traumi, resistenza e sopravvivenza
- Alessia De Michelis
- 11 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliAlla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte-La Biennale di Venezia, la Repubblica di Cuba affida a Roberto Diago una riflessione radicale sul concetto di libertà. Con «Hombres Libres / Free Man», installazione ospitata presso Il Giardino Bianco-Art Space dal 9 maggio al 22 novembre, l’artista costruisce un attraversamento fisico e simbolico della memoria afrodiscendente, trasformando la cicatrice in linguaggio politico e identitario.
L’opera si presenta come un gruppo di teste scultoree di differenti dimensioni che avanzano verso il visitatore. Realizzate con metalli ossidati, legno, plastica e materiali di recupero, le superfici portano segni in rilievo, ferite che rifiutano di essere cancellate. In questo paesaggio materico, la pelle nera non è rappresentata come superficie passiva, ma come archivio di traumi, resistenza e sopravvivenza. La cicatrice diventa così prova tangibile di un’esistenza che ha attraversato la violenza senza perdere sovranità.
Per Diago, infatti, l’«uomo libero» non coincide con una definizione giuridica di emancipazione, ma con la capacità di riconoscere i propri segni e sottrarli all’oblio storico. La libertà non è uno stato acquisito: è una pratica continua, una tensione che impone memoria e dignità. Ne emerge una genealogia di sopravvissuti più che una narrazione vittimistica, in cui precarietà e fierezza convivono come elementi inseparabili.
Nato all’Avana nel 1971, Diago è tra le figure più autorevoli dell’arte contemporanea cubana. Pittore, scultore e installatore, formatosi all’Accademia San Alejandro, sviluppa da oltre trent’anni una ricerca dedicata alla diaspora africana e alla persistenza delle forme contemporanee di schiavitù e discriminazione. Presente in istituzioni internazionali come il Harvard University, il Museo Reina Sofía e il Museo Nazionale di Belle Arti di Cuba, l’artista torna a Venezia con un progetto che mette il corpo al centro della storia, riaffermando la memoria come atto di resistenza.