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Arriva da Napoli, dal Museo e Real Bosco di Capodimonte, il «Capolavoro per Milano» che anche quest’anno, com’è ormai tradizione, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano «dona» alla città in occasione del Natale. Si tratta dell’«Annunciazione», di Artemisia Gentileschi (Roma, 1593-Napoli, post 31 gennaio 1654), una grande tela firmata e datata 1630 nel cartiglio posto nell’angolo inferiore destro, che Artemisia dipinse poco dopo il suo arrivo a Napoli, la città dove si sarebbe stabilita e dove sarebbe scomparsa.
Curata da Mario Epifani, conservatore del dipartimento dipinti e sculture del XVII secolo del Museo e Real Bosco di Capodimonte, e Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano, la mostra (che sarà visibile dal 27 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027, con catalogo Dario Cimorelli editore) è stata resa possibile da Fondazione Bracco, che anche in quest’occasione ha inoltre messo a disposizione le sofisticate tecnologie di imaging clinico di cui dispone per realizzare (in collaborazione con lo spin off di IUSS-Pavia DeepTrace Technologies, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, l’Università degli Studi Statale di Milano e la Fondazione Centro per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali «La Venaria Reale») una serie indagini diagnostiche non invasive, i cui esiti saranno resi pubblici all’inaugurazione della mostra.
Dell’originaria destinazione del dipinto poco o nulla si sa, sebbene le misure (257x179 cm) ne suggeriscano una collocazione su un altare, forse anche di una cappella privata, mentre nel museo napoletano (allora Real Museo Borbonico) sarebbe giunta solo nel 1815. Stilisticamente l’opera, della maturità dell’artista, esibisce le molte radici che alimentarono la pittura di Artemisia, dagli insegnamenti del padre Orazio, pittore di fama con cui lei, orfana di madre sin da bambina, crebbe a stretto contatto (Orazio ha lasciato più composizioni su questo tema: magnifica quella dei Musei Reali di Torino), al magistero di Caravaggio e dei caravaggisti francesi attivi a Roma, così evidente quest’ultima nel trattamento delle luci, fino agli stimoli disparati che le giunsero nella sua vita vagabonda (obbligatoriamente vagabonda, dopo lo «scandalo» del processo per stupro, la cui onta ricadde su di lei), che la portò da Roma a Firenze, a Venezia, Genova e infine a Napoli, ovunque trovando illustri protezioni e ovunque riscuotendo un gran successo grazie al suo evidente talento.