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Arnaldo Pomodoro, «Disco in forma di rosa del deserto n. 1», 1993-94

Foto: Aurelio Barbareschi. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

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Arnaldo Pomodoro, «Disco in forma di rosa del deserto n. 1», 1993-94

Foto: Aurelio Barbareschi. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Pomodoro in equilibrio alle Gallerie d’Italia-Milano

Per il centenario dell’artista, saranno ripercorsi oltre sessant’anni di ricerca tra solidi, fratture e tensioni interne, attraverso una quarantina di opere da lui realizzate tra la metà degli anni Cinquanta e i primi anni Duemila

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Arnaldo Pomodoro nasceva cento anni fa a Morciano di Romagna, nel Montefeltro, la terra della sua infanzia e della prima gioventù, che sarebbe rimasta sempre la sua patria del cuore. Insieme a Milano, però, la patria dell’età adulta, scelta nel 1953 quando vide «Guernica» di Picasso esposto nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, ancora brutalmente violata dalla guerra e decise che avrebbe lasciato il lavoro sicuro che aveva a Pesaro, città ricca di cultura ma troppo defilata dai grandi circuiti artistici, e si sarebbe trasferito qui per dedicarsi solo all’arte. 

La scoperta di Boccioni e della sua scultura «Forme uniche della continuità nello spazio», che gli dimostrò ciò che lui già aveva intuito e cioè che «la forma è movimento», lo avrebbe confermato nella sua decisione di trasferirsi a Milano, dove si stabilirà nel 1954 con il fratello Giò, facendone la rampa di lancio per un successo sempre più largo e internazionale. Ora, a nemmeno un anno dalla sua scomparsa, sono le Gallerie d’Italia-Milano, il museo di Intesa Sanpaolo in piazza Scala, con la Fondazione a lui intitolata, a celebrarne il centenario della nascita con la mostra «Arnaldo Pomodoro: una vita», curata da Luca Massimo Barbero, curatore associato delle Collezioni di Arte Moderna e Contemporanea della Banca, e Federico Giani, curatore della Fondazione Arnaldo Pomodoro. Dal 28 maggio al 18 ottobre gli spazi magniloquenti progettati oltre un secolo fa da Luca Beltrami per la Banca Commerciale Italiana si apriranno per accogliere ed esibire oltre 40 opere da lui realizzate tra la metà degli anni Cinquanta e i primi anni Duemila: le pietre miliari del suo percorso sessantennale, testimonianza di una costante ansia di sperimentazione, pur restando sempre nel solco dei principi fondanti di una ricerca mirata sul movimento e sul disequilibrio (in apparenza un ossimoro per uno scultore) e sul brulichio di forze che scavano e animano interiormente i perfetti, incorruttibili solidi euclidei. 

La mostra si apre nel gran Salone Scala, dove su una pedana trovano posto solo sculture in fiberglass bianco degli anni tra i Sessanta e i Duemila, tutte contrassegnate dalla ricerca intorno allo squilibrio: da «Cubo» (1964-67) a «Movimento di crollo» (1970-1971, colonne tronche e spaccate longitudinalmente), da «Giroscopio» (1986-87) a «Colpo d’ala» (1984), una sorta di uccello in decollo, omaggio all’amato Boccioni, fino alle «Rotative di Babilonia» (1991), con i loro enigmatici alfabeti da imprimere sulla sabbia, e a «Cuneo con frecce» del 2006, con le sue cento «spine», ovunque è il moto a farla da padrone. Tutt’intorno, nelle sei salette che si aprono sul Salone Scala, si dipana il percorso del maestro sin dagli esordi milanesi, nel 1955, quando, supportato da Lucio Fontana, che ne aveva intuito il talento, crea dei bassorilievi di materiali diversi, dall’argento al piombo, allo stagno, tramati di grafie sottili. È solo con gli anni Sessanta che entra in gioco il tuttotondo con i nuovi solidi lucenti e specchianti, come «La ruota», 1961, o la «Sfera n. 1», 1963, la prima di quelle sfere di lucido bronzo che lo avrebbero imposto sulla scena internazionale. Dopo, tra i Sessanta e i Settanta, entrano in gioco le prove «minimaliste», frutto degli anni di insegnamento nelle università della West Coast americana, dove partecipa al diffondersi della controcultura e in seguito, nei pieni anni Ottanta, i rotoli di bronzo, tramati di aguzze grafie, dei «Papiri», che tornano nelle «Colonne A, B, C» del 2010. Chiude questo percorso circolare lo spazio dedicato all’archivio, dove schizzi, cataloghi, riviste, fotografie, scritti, ci conducono dentro al laboratorio creativo dell’artista. Il percorso si dilata poi nei Cantieri del Novecento, nei saloni accanto, dove sculture degli anni Sessanta di Arnaldo Pomodoro intrecciano un dialogo con le opere delle collezioni Intesa Sanpaolo di quelli che, come Fontana o Burri, Pomodoro considerava maestri; di compagni di strada come Gastone Novelli, Achille Perilli, Piero Dorazio e Pietro Consagra e di amici più giovani come Alighiero Boetti e Nicola Carrino, Giuseppe Spagnulo e Mauro Staccioli. Ma non è finita, perché nei palazzi adiacenti, sempre parte delle Gallerie d’Italia, si trovano due opere monumentali di Arnaldo Pomodoro, entrambe restaurate di recente (con queste si è innescato il sodalizio tra la Banca e la Fondazione Arnaldo Pomodoro): nel Chiostro Ottagonale, il magnifico bronzo «Disco in forma di rosa del deserto n. 1» (1993-94) e nel Giardino di Alessandro (Manzoni: la sua casa è contigua a questi palazzi), la «Sfera grande» (1966-67), versione in fiberglass della prima storica «Sfera» di grandi dimensioni, da lui realizzata in bronzo per l’Expo di Montreal (quella che oggi si trova davanti alla Farnesina, a Roma), giunta qui con la Collezione Luigi e Peppino Agrati. 

Arnaldo Pomodoro, «Il cubo», 1961-62. Foto: Aurelio Barbareschi. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Ada Masoero, 18 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Pomodoro in equilibrio alle Gallerie d’Italia-Milano | Ada Masoero

Pomodoro in equilibrio alle Gallerie d’Italia-Milano | Ada Masoero