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Arianna Testino
Leggi i suoi articoliSi intitola «The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero» (Il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero) la mostra che, fino al 22 novembre, la Casa dei Tre Oci di Venezia, sull’isola della Giudecca, dedica a Joseph Kosuth (Stati Uniti, 1945), pioniere del movimento concettuale e artefice di una ricerca ispirata alle dinamiche del linguaggio e alla produzione di significato. Ne sono testimoni le opere storiche selezionate per la mostra a cura di Mario Codognato e Adriana Rispoli: lavori come «One and Three Mirrors» e «Clock (One and Five)», entrambi del 1965, tracciano una linea che collega oggetto, immagine e definizione, mettendo in luce la valenza del concetto e allargando il campo al ruolo giocato dallo spettatore, riflesso nello specchio e influenzato dallo scorrere del tempo. La partecipazione del pubblico è un altro caposaldo della pratica di Kosuth, il quale, in occasione della mostra, ripropone «Where Are you Standing?», il poster realizzato per la Biennale di Venezia del 1976 all’interno del collettivo International Local, di cui facevano parte anche Sarah Charlesworth e Anthony McCall. In questo caso sono il mondo dell’arte e i suoi attori a finire nel mirino di un ragionamento che pone ancora una volta al centro la produzione di significato. Il cerchio si chiude sul binomio responsabilità-linguaggio con «A Chain of Resemblance», la nuova installazione al neon site specific che dà il via al percorso di visita e guarda al pensiero di Michel Foucault come strumento di consapevolezza spaziale e critica. Attorno a questi punti di ancoraggio si è sviluppata la nostra intervista con Joseph Kosuth.
Fin dall’inizio della sua carriera, lei ha messo in discussione l’arte, non aderendo, come più volte ha ribadito, ai canoni della scultura e della pittura. Quanto è cambiato il panorama dell’arte rispetto ad allora?
Ho avvertito un certo disagio nel momento in cui le mie idee sono state istituzionalizzate. Non sapevo che cosa avrei dovuto fare al riguardo, domandandomi se potessi applicare il mio zelo rivoluzionario alle mie stesse idee. C’erano molte forze in gioco, una delle quali era la pesante mano del mercato dell’arte nei confronti dell’attività di artisti che si occupavano della produzione di significato. Il mercato forniva il proprio significato, spesso in maniera contraddittoria. Ciò era molto problematico e tutte queste cose erano collegate fra loro: la critica nei confronti dell’istituzione della pittura e della scultura è in realtà il fulcro del processo di un lavoro come il mio. Se l’arte riguarda la produzione di significato, non la si può collocare all’interno di categorie tradizionali, altrimenti si rinuncia alla lotta prima ancora di cominciare.
Pensa che le generazioni di artisti più giovani abbiano preso spunto dal suo approccio?
Dicono di averlo fatto, ma non mi capita spesso di vederlo. Il mio approccio sembra aver generato un grande effetto, non soltanto sul piano della riflessione teorica. La mia stessa generazione è stata influenzata da me senza però capirlo e questo a volte risultava fastidioso, ma anche molto divertente da osservare.
Se fosse un artista emergente oggi, sceglierebbe ancora il linguaggio come punto di partenza della sua ricerca, soprattutto in virtù delle sfide a cui è sottoposto?
Non cambierei nulla: farei la stessa cosa, magari con altri risultati e applicazioni.
Joseph Kosuth, «One and Three Mirrors» alla Casa dei Tre Oci, Venezia. Foto Marco Cappelletti
Il titolo di questa mostra è «The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero». Che cosa ha ridotto a zero il valore di scambio del linguaggio? E come si può invertire tale tendenza?
Credo che il titolo racchiuda una piacevole ambiguità e non voglio rovinarla parlandone.
Il pubblico gioca un ruolo chiave nell’attivazione del senso delle sue opere. Come si relaziona ai suoi lavori il pubblico odierno rispetto a quello del passato?
All’inizio le mie opere provocavano rabbia, indignazione, aspre critiche, poi la mia istituzionalizzazione mi ha conferito una sorta di autorità superiore, che ha messo la gente a tacere.
Questa svolta le è piaciuta?
No, all’inizio era tutto più divertente. Creare nuovo significato è un contributo prezioso e farne esperienza lo è altrettanto, mentre l’aspetto istituzionale è più gravoso.
In occasione di questa mostra, ripropone il poster «Where Are You Standing?», realizzato per la Biennale del 1976 come parte del collettivo International Local. Se lo dovesse scrivere oggi, avrebbe gli stessi contenuti?
Sono sicuro che sarebbe diverso, ma dovrei dedicare del tempo a capire in che modo.
Nell’ambito della mostra «Neon in Contextual Play: Joseph Kosuth and Arte Povera», allestita presso la galleria Mazzoleni di Torino nel 2017, lei era coinvolto come artista e come curatore e ha dichiarato che le due figure fossero la stessa cosa, poiché il suo intento era usare la curatela per creare arte. Ritiene che questo ragionamento possa essere applicato a tutti gli artisti?
Direi non che possa, ma che debba essere applicato a tutti gli artisti. Molte idee conservatrici rispetto all’arte mettono gli individui in una sorta di gabbia ideologica e ne vediamo i risultati.
Parlando di curatela, quale rapporto ha instaurato con i curatori di questa mostra?
Si è creato un dialogo a partire da ciò che emergeva via via, decidendo che cosa far confluire poi nella mostra.
Lei ha affermato che «l’architettura è la più politica fra tutte le forme d’arte perché è realizzata per uno scopo e riflette la cultura». E l’arte visiva? Quali peculiarità deve avere per essere politica, soprattutto nella cornice geopolitica e sociale in cui viviamo?
La responsabilità consiste nella produzione di significato ed è ciò che rende un’attività politica. Il significato non può essere prodotto nel vuoto, non può prescindere dalle implicazioni sociali e politiche che lo accompagnano. È un’interrelazione molto complessa, che spesso le persone non riescono a comprendere pienamente, e da questo fraintendimento derivano molti problemi.
Oggi la politica non sta producendo alcun significato, dunque questo compito spetta più che mai all’arte.
È un grosso problema perché esiste un’idea di gestione naturalizzata, come se chi detiene il potere fosse uguale a tutti gli altri. Ciò significa che la vera politica entra acriticamente dalla porta di servizio, il che, come ho detto, determina una situazione molto grave.
Joseph Kosuth, «A Chain of Resemblance» alla Casa dei Tre Oci, Venezia. Foto Marco Cappelletti