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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliA chi attraversa il paesaggio americano, di Arizona, Colorado, Utah, Nevada e New Messico, rimane impressa la potenza e la grandiosità di quegli spazi sconfinati dove le rocce dei canyon (non solo il Grand Canyon) o della Monument Valley scandiscono il territorio. E la geometria netta di quelle pareti rocciose, la loro intensa e varia cromia, fa anche capire come la Color Field Painting possa aver avuto origine proprio negli Stati uniti. Sul confine, o ancora meglio lo slittamento, tra documentazione fotografica e astrazione, si muove Sally Gall (Washington, 1956, formatasi alla Rhode Island School of Design e ora stabilita a New York), che, alla sua prima personale in Italia, «Vertical world» dal 28 giugno al 9 agosto all’Accesso Galleria di Pietrasanta, espone una serie di 10 fotografie di medie e grandi dimensioni (66x102 cm e 84x127 cm) realizzate con stampa a pigmenti d’archivio, il cui soggetto sono le più monumentali pareti rocciose degli Stati Uniti occidentali. Ispirata per questa serie da una discesa di rafting nel Grand Canyon, Gall ha voluto cogliere del paesaggio roccioso, apparentemente inerte, la realtà di organismo in continua trasformazione, attraversato da processi geologici lenti e continui, spingendo noi osservatori a una disposizione contemplativa, non più molto seguita.
Sono scatti ravvicinati delle pietre, totalmente alieni dall’uso di Photoshop, con tagli inconsueti, dove l’eliminazione di riferimenti spaziali, tra cui la linea dell’orizzonte, sottrae all’immagine qualsiasi dimensione narrativa. E la roccia, con le sue forti cromie, rimanda appunto ai quadri di Clyfford Still, Franz Kline o Helen Frankenthaler. «Sto cercando l’essenza del mio soggetto mentre spingo il riconoscimento al limite, ha spiegato Sally Gall in una recente intervista a Leslie Wayne. È in quello spazio liminale che trovo la poesia». Gall insiste sulla dimensione percettiva del mondo naturale, tesa a tradurre proprio il senso della «Terra in azione», col suo pulsare, ma un’«azione» che segue un tempo lentissimo «difficilmente concepibile in quanto non si rapporta con il tempo umano». L’indagine dei fenomeni naturali di Gall coinvolge sempre la relazione con il tempo: sia quello, come nel nostro caso, della dimensione più immobile e geologica della Terra (in altre fotografie sono spazi sotterranei, specchi d’acqua, cascate, boschi...) sia, invece, del paesaggio mutato dall’agire dell’uomo, da gesti quotidiani, quindi campi coltivati o sentieri. Gall è stata in residenza presso la Rockefeller Foundation e Director’s Guest alla Civitella Ranieri Foundation e ha opere in importanti collezioni pubbliche e private, tra cui il Whitney Museum of American Art e il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, il San Francisco Museum of Modern Art, il Museum of Fine Arts di Houston e la Bibliothèque Nationale de France.
Sally Gall, «Embrasure», 2022