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Architetto visionario, famoso designer, artista, critico, direttore di riviste come «Casabella» e «Domus» (chiamato a dirigerlo dal fondatore, Gio Ponti, quando lui lasciò), Alessandro Mendini (Milano, 1931-2019) è stato prima di tutto un vero intellettuale, un esteta raffinato, cresciuto in una famiglia di colti collezionisti, e uno sperimentatore instancabile in architettura come nel design. Ma era anche un teorico, fautore di un’idea di progetto non posto al servizio della produzione e dell’economia di massa ma inteso come gesto critico, fondato sul recupero della dimensione manuale e del colore, e sempre attraversato dal suo sguardo ironico e dissacratore. Non stupisce che all’inizio del suo percorso, dopo aver creato tra il 1974 e il 1975 lavori che erano vicini più all’arte che al design (esemplare la «Valigia per l’ultimo viaggio», intrasportabile perché di pesantissimo marmo), Mendini abbia preso parte a movimenti di rottura come il Radical Design (o controdesign) milanese, che rifiutava i dogmi del Razionalismo e puntava sul riuso di mobili vernacolari (posizione profetica, allora) o sul ridisegno di arredi griffati, da lui più o meno radicalmente stravolti: lo fece, tra gli altri, con la sedia «Superleggera» di Gio Ponti, arcinota icona del design internazionale che addobbò, all’insegna della leggerezza e della velocità, con quattro bandierine svolazzanti, e con la mitica poltrona «Wassily» (1925-26) di Marcel Breuer, «snaturata» (nel 1978) da un decoro camouflage che deborda pure oltre i suoi confini. Per non parlare della poltrona «Proust», panciuta, ridondante seduta neorococò da salotto buono piccolo-borghese, resa irriconoscibile (e attualizzata) dal fitto e coloratissimo decoro pointilliste.
Dopo la grande mostra, curata da Fulvio Irace, dedicatagli due anni fa da Triennale, ora è Verbania, con l’Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini), a rendergli omaggio a Villa Giulia, dal 16 maggio al 27 settembre, con l’antologica curata da Loredana Parmesani «Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi» (catalogo Moebius). Sono 130 le opere esposte, ordinate, stanza per stanza, intorno a uno dei suoi lavori più significativi per importanza concettuale o fama, o (anche) per la deliberata provocazione che porta con sé: come la «Poltrona di paglia» (1974), costruita impilando balle di stoppie (forse con uno sguardo alla «Balla di fieno», 1967 ca, di Pino Pascali, ma come non pensare al design, di dieci anni successivo, di Fernando e Humberto Campana?), seguita, quattro anni dopo, dalla «Proust», con il suo gioco destabilizzante tanto sul piano concettuale quanto su quello ottico. E poi, il divano K2 (2013) per A LOT of Brasil, che è un omaggio dichiarato alle sue passioni artistiche (de Chirico, Savinio, Carrà, Kandinskij, il Futurismo e le altre avanguardie storiche), mentre il «Mendinigrafo» (1985) è un piccolo oggetto che, come un normografo, racchiude in sé le sagome dei segni da lui prediletti. La notorietà presso il grande pubblico gli arriverà però dalle collezioni di oggetti ideati per Alessi (che proprio nel Verbano Cusio Ossola ha la sua sede operativa), per cui crea le microarchitetture da tavola delle «Tea and Coffe Piazza» (1983), con la caffettiera e la teiera che sono ironiche torri, o i giocosi cavatappi «Anna G.» e «Alessandro M.», o i vasi di «100% Make Up»: 100 vasi in porcellana con coperchio progettati da lui ma decorati da altrettanti artisti, architetti, designer, perché per Mendini molto contava la dimensione progettuale collettiva (così fece, in più ampia scala, anche per il Groninger Museum, cui chiamò a collaborare numerosi autori). Senza dimenticare gli oggetti rivestiti di mosaico con foglia d’oro creati con Bisazza, come «Mobili per Uomo: Giacca» (in mostra), dove il contenitore è sormontato da una giacca vuota sovradimensionata, dall’allure decisamente surrealista. E in ogni sala, con le creazioni più celebrate, disegni, dipinti, oggetti e suoi scritti illustrano ai visitatori il loro significato nella produzione di Mendini e nella storia del design.
Alessandro Mendini, «Interno di un interno, cassettone ’800», 1990. Foto Studio Ombra, Archivio Alessandro Mendini