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La mostra di Valadier nella Galleria Borghese di Roma

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La mostra di Valadier nella Galleria Borghese di Roma

Il compositore fotonico

L'arte di illuminare l'arte di Giuseppe Mestrangelo

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Milano. Illuminare l’arte? È un’arte. Che richiede una vasta cultura, non solo visiva, ma anche solide competenze scientifiche nell’ambito della fisica, della chimica, dell’elettromagnetica e dello studio delle interazioni tra i fotoni da un lato e i pigmenti e le materie delle opere d’arte dall’altro. Ed è un’arte «giovane»: «Quando iniziai a occuparmene, giovanissimo (era il 1971 e frequentavo ancora il liceo), si parlava, se mai, d’illuminotecnica. E i corpi illuminanti erano empirici, rudimentali», spiega Giuseppe Mestrangelo, lighting designer milanese fondatore nel 1995 di Light Studio cui si devono numerosi e celebri interventi: tra i molti, il progetto per lo spazio espositivo del Colosseo, l’illuminazione del Lapidario e Sale sveve del Castello di Barletta, della Pinacoteca Giuseppe de Nittis nel Palazzo della Marra, sempre a Barletta, del Museo internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna, di luoghi di culto come la Grotta di Lourdes (per la quale è stato realizzato un corpo illuminante apposito) e di innumerevoli mostre, ultima delle quali la celebratissima (anche su «Il meglio e il peggio 2019») «Valadier. Splendore nella Roma del Settecento», a cura di Anna Coliva, nella Villa Borghese di Roma.

Mestrangelo, che non ama essere definito lighting designer («mi sento, se mai, un “compositore fotonico”») è una delle figure più eclettiche del settore: «Chi varca la soglia del mio studio, spiega, sa bene che da noi non si parlerà di luce secondo la tendenza del momento; il nostro interlocutore viene da noi perché sa di poter salire su una carrozza o su un’astronave e intraprendere un reale “viaggio luminoso”: di vivere con noi, come amo dire, un sogno costante».

Sono numerosi i dati da tenere presenti nell’illuminare le opere d’arte: in primo luogo, sul fronte tecnico, la sensibilità delle materie all’irraggiamento fotonico, che richiede l’abbattimento dello spettro nocivo e, sul versante «espressivo», il fattore compositivo, teso a esaltare (senza però snaturarla) la capacità di comunicazione dell’oggetto illuminato, sempre in rapporto con l’ambiente che lo circonda: «Occorrono uno spirito umanistico, oltreché tecnico, e la capacità di non ostentare la macchina illuminante. Quest’ultima era la priorità quando, all’inizio del mio percorso, illuminavo le opere d’arte dei collezionisti privati: bisognava rispettare il giusto angolo d’incidenza della luce, celando però i corpi illuminanti in librerie, mobili, arredi diversi. Molto più facile è farlo nei musei e nei luoghi espositivi, dove ho iniziato a intervenire con frequenza dal 1994, collaborando con l’architetto Cesare Mari».

Battesimo del fuoco, nel 1996, la grande mostra «Iside» in Palazzo Reale a Milano, nella quale applicò per la prima volta in grande scala (2mila i metri quadrati e altrettanti i reperti esposti) l’uso della «luce fusa»: di una luce, cioè, che colorasse uniformemente le grandi sale senza alterare il colore dei reperti, conferendo all’insieme un’aura teatrale. Altra novità di quella mostra fu l’utilizzo diffuso della «luce cesellata» a mano per illuminare la statuaria: un ambito in cui lo studio di Mestrangelo è oggi leader.

«Ogni fonte di luce ha al suo interno una mascherina ritagliata a mano, modellata sull’oggetto che andrà a illuminare, ci spiega. Possiamo farlo perché abbiamo un nostro comparto che produce corpi illuminanti con tecniche ancora artigianali, supportate però da una ricerca tecnologica continua, oggi anche per la luce led. Nel frattempo, continuiamo a lavorare sui nostri corpi illuminanti a luce riflessa: uno di essi, concepito per il Museo della Musica di Bologna, sfrutta la luce emessa da due fonti luminose a bassissimo consumo convogliate su 31 superfici riflettenti e su una superficie sovrastante, che consente sia d’illuminare l’intero ambiente sia di puntare i fasci luminosi sulle singole opere d’arte». I costi? «Non superiori a quelli di mercato, perché ogni progetto viene “cucito” sul committente, il lavoro è curato fino al puntamento finale e il consumo energetico è fortemente ridotto».
 

Ada Masoero, 16 febbraio 2020 | © Riproduzione riservata

Ada Masoero

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