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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliÈ solo la quarta volta in 350 anni, da quando Cosimo III ne decise la collocazione insieme ad altre grandi sculture antiche, che il celebre marmo ellenistico della «Venere dei Medici» esce dal «sancta sanctorum» rappresentato dalla Tribuna buontalentiana degli Uffizi.
Accade per la mostra «Divina Simulacra. Capolavori di scultura classica della Galleria», che fino al 30 giugno 2024 espone nelle restituite sale lorenesi, al piano terreno della galleria fiorentina, le sculture archeologiche più insigni delle collezioni medicee. «Obiettivo è rendere visibili anche nei dettagli opere che in genere i visitatori non possono fruire da vicino», ha affermato il direttore Eike Schmidt. «Il raggiungimento nel 1968 di un flusso turistico di 1 milione di visitatori ha infatti reso più difficoltosa la visione diretta di opere come questa, che pure per i viaggiatori del Grand Tour costituiva la principale attrazione della galleria. Una fama che sarebbe stata solo successivamente spodestata da un’altra Venere, quella di Botticelli, anch’essa peraltro appartenente alla stessa tipologia della “Venus Pudica”».
Grazie anche a un curato allestimento che dedica particolare attenzione al rapporto dimensionale tra sale e sculture e all’uso di materiali le cui cromie rileggono con gusto contemporaneo quelli esistenti, è stato ricreato il divino terzetto che fino al 1780 ha abitato la Tribuna. Alla Venere medicea sono state infatti affiancate in mostra l’«Aurea» e la «Caelestis», che suggerivano nel 1730 a visitatori del Grand Tour come Edward Wright di trovarsi in «a little Temple inhabited by Goddesses» («un piccolo tempio abitato da dee»).
Il curatore delle collezioni archeologiche degli Uffizi, Fabrizio Paolucci, ha sottolineato come la differente percezione dell’antico nel corso dei secoli abbia portato a integrazioni plurime degli altri marmi, rendendo ancora più rara e preziosa la quasi totale integrità della Venere dei Medici, la cui sola interpolazione è probabilmente costituita dalla base. Paolo Giulierini, presente in quanto prestatore di alcune opere provenienti dal Mann di Napoli, ha invece evidenziato il fondamentale ruolo giocato da Antonio Canova nell’Europa postnapoleonica nell’oggi attualissimo ambito delle restituzioni.
Il trittico dedicato a Venere non è comunque l’unico protagonista della mostra. Di grande importanza appare infatti anche la ricostituzione di gruppi scultorei antichi come «Marsia e lo Scita» e l’«Invito alla danza», oltre alla sequenza di 12 erme degli «Uomini Illustri»,qui accostate a sarcofagi, fino al 1919 esposte in un ambito poi demolito della galleria. La loro presenza si riallaccia alla fondamentale figura di Ferdinando I de’ Medici, ricordato da Paolucci in quanto «le prime opere d’arte a entrare nel complesso vasariano appena ultimato, già negli anni Ottanta del XVI secolo, furono i marmi antichi. Si deve a Ferdinando I l’intuizione di collocare le preziose sculture nel corridoio orientale dell’ultimo piano, dove potevano essere ammirate completamente immerse nella luce naturale. Nel corso del XVII secolo, le statue e i ritratti dilagarono occupando il corridoio meridionale e, con il regno di Cosimo III, anche quello occidentale».

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