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Gaspare Melchiorri
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A Venaria Reale (To), il prossimo 3 marzo alle ore 11 si terrà la presentazione del nuovo polo per la ricerca scientifica e la diagnostica applicata ai beni culturali del Centro Conservazione Restauro (Ccr) La Venaria Reale, i cui lavori sono appena iniziati e termineranno entro ottobre 2026. L’ex Galoppatoio Lamarmora diventerà un hub di ricerca e confronto altamente specializzato. L’investimento complessivo previsto è di 3,5 milioni di euro. Al contributo iniziale di 2,5 milioni di euro da parte della Regione Piemonte, nell’ambito dei fondi del Piano Operativo Complementare (2014-2020), si è aggiunto il sostegno del Ministero della Cultura che ha appena inserito un contributo per il completamento del recupero dell’ex Galoppatoio Lamarmora, nella programmazione triennale lavori pubblici (2026-28). Altre importanti collaborazioni sono giunte dalla Città Metropolitana di Torino, stazione unica appaltante del progetto, e dal Comune di Venaria Reale, che ha indicato il Polo come uno dei progetti da inserire nel bilancio di sostenibilità degli interventi culturali nei territori della Regione Piemonte. Con Intesa Sanpaolo è stata invece avviata una campagna di crowdfunding per l’acquisto di nuova strumentazione e per la formazione di giovani ricercatori.
Il polo, che interesserà una superficie di 600 mq distribuiti su due piani, sarà dotato di laboratori di ultima generazione, equipaggiati con tecniche per analisi puntuali, «mapping» e «imaging» di superficie, oltre a strumentazioni mobili e portatili per lo svolgimento di campagne diagnostiche in situ, fondamentali per lo studio di opere che non possono essere spostate dai luoghi in cui sono custodite e da cui non è possibile prelevare campioni. Non si tratterà solo di un luogo «per addetti ai lavori»: il progetto prevede infatti spazi espositivi dove il pubblico potrà dialogare con i restauratori e scoprire le tecnologie, come l’apparato radio-tomografico per grandi manufatti.
La nuova espansione permetterà di potenziare la Scuola di Alta Formazione, attirando studenti e studiosi da tutto il mondo e consolidando il ruolo della Fondazione come soggetto leader nel trattamento di materiali diversi e nella diagnostica digitale.
«Il progetto Ccr Heritage Research, sottolinea Alfonso Frugis, presidente del Ccr, mira a consolidare il ruolo del Centro come polo di eccellenza internazionale, potenziandone le capacità scientifiche e operative e rafforzando la leadership dell’Italia nella conservazione e nella ricerca applicata ai beni culturali. È il risultato di una strategia di lungo periodo, che rafforza la vocazione del Piemonte come laboratorio di innovazione nel campo dei beni culturali, generando impatti positivi per il territorio sul piano culturale, economico e sociale».
Un esempio del ruolo cruciale della scienza nello studio dei beni culturali è il progetto internazionale dedicato ai tre mazzi di tarocchi miniati italiani più antichi e completi giunti fino a noi: i tarocchi Visconti-Sforza. Questi straordinari manufatti saranno protagonisti della mostra «Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna», che verrà inaugurata il 27 febbraio presso l’Accademia Carrara di Bergamo, dove sarà visitabile fino al 2 giugno, per poi proseguire dal 25 giugno al 6 ottobre alla Morgan Library & Museum di New York.
Realizzati intorno alla metà del XV secolo e attribuiti a Bonifacio Bembo e alla sua bottega, oggi i mazzi sono conservati presso diverse istituzioni statunitensi e italiane: la Morgan Library & Museum di New York, la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale, l’Accademia Carrara di Bergamo e la Pinacoteca di Brera a Milano.
Grazie a indagini scientifiche avanzate, condotte in sinergia tra diverse istituzioni a livello internazionale, è stato possibile approfondire la conoscenza dei mazzi, capire come furono realizzati e ricostruirne la storia anche in relazione al più ampio contesto della produzione artistica coeva del Nord Italia. Le analisi hanno rivelato che le carte, pur essendo decorate singolarmente, seguono schemi coerenti e procedure condivise, che costituiscono una preziosa testimonianza delle pratiche di bottega: ogni mazzo fu pensato come un insieme unitario, con uno straordinario equilibrio tra tecnica e creatività.
L’uso combinato di diverse strumentazioni scientifiche, quali riflettografia infrarossa (Irr), spettroscopia di fluorescenza indotta da raggi X (Xrf) a scansione, spettroscopia Raman e cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa (Lc/Ms), ha permesso di scoprire dettagli nascosti e alterazioni sorprendenti. Oltre alle sei carte «di sostituzione» del mazzo Colleoni, attribuite da alcuni studiosi ad Antonio Cicognara o Franco de’ Russi, e forse realizzate per sostituire carte danneggiate, distrutte o perdute, un’altra carta, il Tre di Bastoni, si distingue nettamente: forse realizzata da una mano e in un’epoca diverse, essa presenta colori insoliti e tracce evidenti di un disegno preparatorio che rivela il processo creativo dell’artista, forse a imitazione delle altre carte del mazzo.
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