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Grazie a Berggruen Arts & Culture torna in Laguna un’opera presentata dall’artista alla Biennale del 1995, assieme ad altre opere in grado di raccontare il suo linguaggio visivo essenziale, sostenuto da un umorismo sottile e da un uso sapiente di giochi di parole, slittamenti percettivi e paradossi del quotidiano
- Alessia De Michelis
- 10 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Ceal Floyer, «644», 2025
Courtesy dell'artista Lisson Gallery ed Esther Schipper. Foto © Timo Ohler © Ceal Floyer / VG Bild-Kunst, Bonn 2026
A Venezia l’omaggio all’artista concettuale Ceal Floyer, recentemente scomparsa
Grazie a Berggruen Arts & Culture torna in Laguna un’opera presentata dall’artista alla Biennale del 1995, assieme ad altre opere in grado di raccontare il suo linguaggio visivo essenziale, sostenuto da un umorismo sottile e da un uso sapiente di giochi di parole, slittamenti percettivi e paradossi del quotidiano
- Alessia De Michelis
- 10 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliA oltre trent’anni dalla sua prima apparizione alla Biennale di Venezia del 1995, l’opera «Unfinished» (1995) di Ceal Floyer torna nella città lagunare e dà il titolo alla mostra che Berggruen Arts & Culture (con il supporto di Esther Schipper e Lisson Gallery) presenta a Palazzo Diedo, a Venezia, dal 4 maggio al 22 novembre. Curata da Ann Gallagher e Jonathan Watkins, l’esposizione rende omaggio all’artista britannica, scomparsa lo scorso dicembre all’età di 57 anni, attraverso un nucleo di lavori che attraversano oltre tre decenni di ricerca.
Il percorso riunisce video, fotografie, installazioni sonore, ready-made e sculture che restituiscono la cifra inconfondibile della pratica di Floyer: un linguaggio visivo essenziale, sostenuto da un umorismo sottile e da un uso sapiente di giochi di parole, slittamenti percettivi e paradossi del quotidiano. Nei suoi lavori, minime variazioni di contesto o significato sono sufficienti a trasformare oggetti e situazioni comuni in dispositivi concettuali.
Tra le opere in mostra compare «’Til I Get It Right» (2005), installazione sonora costruita su un verso della canzone della cantante country Tammy Wynette del 1972. In «Bucket» (1999) un lettore CD diffonde il suono intermittente di una goccia d’acqua, mentre «Again and Again» (2012) è composta dalla sovrapposizione reiterata della parola «again», scritta a mano fino a diventare illeggibile. Nella complementare «Ink on Paper» (2010) il lento esaurirsi dell’inchiostro di pennarelli fissati verticalmente su carta assorbente genera campiture cromatiche impreviste.
Ricorre anche il rapporto ironico con l’astrazione modernista: «Monochrome Till Receipt (White)» (1999) espone oggetti bianchi acquistati al supermercato, mentre «Blind» (1997) rivela che lo schermo apparentemente neutro è in realtà la ripresa di una tenda a rullo in movimento. Chiude idealmente il percorso «644» (2025), fotografia di pecore numerate in un paesaggio collinare, allusione al gesto infantile del contare gli animali per addormentarsi.
Ceal Floyer, «Unfinished», 1995. Courtesy dell’artista e Esther Schipper. Foto © Andrea Rossetti. © Ceal Floyer/VG Bild-Kunst, Bonn 2026