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Michael Armitage, «Don’t Worry There Will Be More», 2024, Pinault Collection

Foto Kerry McFate. Courtesy the artist and David Zwirner

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Michael Armitage, «Don’t Worry There Will Be More», 2024, Pinault Collection

Foto Kerry McFate. Courtesy the artist and David Zwirner

A Venezia migrazioni e speranza nelle opere di un umanista come Michael Armitage

A Palazzo Grassi l’artista keniota-britannico, una delle voci più riconosciute della pittura contemporanea, presenta 45 dipinti e 122 disegni: «Mi interessa la pittura figurativa perché è più vicina alla vita rispetto alle affermazioni dogmatiche»

Camilla Bertoni

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Si è aperta il 29 marzo a Palazzo Grassi la mostra «Armitage. The Promise of Change» (fino al 10 gennaio 2027), a cura di Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, in collaborazione con Hans Ulrich Obrist, art director delle Serpentine Galleries, Caroline Bourgeois, advisor della Pinault Collection, e Michelle Mlati, storica dell’arte. Abbiamo intervistato l’artista keniota-britannico Michael Armitage, nato nel 1984 in Kenya, formatosi a Londra, ora vive tra l’Indonesia e il Kenya.

Quali opere sono esposte e quali i temi che le attraversano? 
La mostra «The promise of Change» riunisce 45 dipinti e 122 disegni realizzati nell’ultimo decennio, che riflettono su diversi aspetti della vita: la speranza, la fede, la politica, l’amore, la sofferenza, la cultura, la sopravvivenza, la morte, la migrazione, l’immaginazione e la terra.

Lo scrittore Salman Rushdie, autore di un testo in catalogo, definisce la sua estetica «umanesimo»: si ritrova in questa definizione? 
Sì, credo che questo riassuma in linea di massima molte delle tematiche centrali della mia attività.

L’incertezza politica ed esistenziale è sempre stata uno dei temi attraversati dalla sua pittura: come vive questo momento storico, molto diverso rispetto a quello in cui partecipò alla Biennale di Venezia nel 2019? Il colonialismo e l’imperialismo sono ancora concetti che dominano la politica internazionale, non solo occidentale?
Sembra che viviamo in un mondo in cui le strutture di potere esistenti operano in modo subordinato al denaro, sia di individui sia di aziende. Prima il denaro e poi le persone. Forse ci troviamo in un momento in cui molte delle strutture esistenti vengono messe in discussione, ma sembra che tale critica sia stata cinicamente strumentalizzata non per il bene della gente, ma per l’arricchimento di chi siede al tavolo del potere. Di fronte a tutto ciò, la cultura e le storie rimangono una parte fondamentale della società e uno spazio centrale per preservare la dignità umana e per mettere in discussione i comportamenti della nostra società. Che si tratti de «I disastri della guerra» di Goya, delle Metamorfosi di Ovidio o dei «Fragmentos» di Doris Salcedo, ci sono opere d’arte che offrono speranza, avvertimenti e un antidoto alla retorica dogmatica del nostro tempo.

Molti dei suoi dipinti affrontano il tema e i drammi legati alle migrazioni: che cosa pensa del timore che le migrazioni porteranno un effetto di «sostituzione etnica» e che la presenza degli stranieri sia causa di molti problemi sociali e di criminalità?
Le rotte migratorie che ho esaminato attraversano il Sahara e il Mediterraneo in direzione dell’Europa. È importante precisare innanzitutto che molte delle persone che percorrono questa rotta sono rifugiati in cerca di riparo dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla violenza estrema. La gentilezza e la generosità dimostrate da individui, famiglie e Stati nei confronti dei rifugiati e di coloro che fuggivano dalla guerra, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, non sono state forse apprezzate? I problemi sociali sono spesso il risultato dei fallimenti dello Stato e della politica. Sono un artista e non un politico e non ricopro una carica elettiva, ma devo ascoltare i politici e i commentatori che usano migranti e rifugiati come capri espiatori per i fallimenti sistemici delle politiche.

Vede una via d’uscita dalla strada tracciata e dagli squilibri sociali creati dal colonialismo e dall’imperialismo? L’arte può davvero fare qualcosa in questo senso?
L’arte offre uno spazio in cui riflettere e lasciarsi coinvolgere da qualcosa creato da qualcun altro. È una forma di espressione culturale e, in quanto tale, parte integrante del modo in cui noi, come esseri umani, viviamo la convivenza. L’arte è multiforme e ci permette di provare sia stupore sia sconcerto di fronte all’umanità e al mondo. Quando guardiamo indietro nel tempo, a decine di migliaia di anni fa, gli unici indizi delle civiltà che ci hanno preceduto sono le nostre ossa, i nostri strumenti e la nostra arte.

Lei ha scelto il linguaggio della pittura figurativa: è una scelta legata al desiderio che l’arte possa fare qualcosa di concreto attraverso messaggi e contenuti di forte impatto?
Mi interessa la pittura figurativa proprio per il motivo opposto: può essere aperta a diverse interpretazioni, un’immagine fissa e silenziosa lascia ampio spazio all’osservatore. In questo senso è più vicina alla vita rispetto alle affermazioni dogmatiche.

Quali sono stati i pittori, nella storia o nel mondo odierno, che più l’hanno affascinata e influenzata e perché? 
Goya, Julie Mehretu, Doris Salcedo, Peter Mulindwa, Sindudarsono Sudjojono, Sigmar Polke... Sono tutti artisti a cui mi ispiro: complicano in una certa misura le narrazioni che affrontano e creano le premesse per un’empatia più profonda o per una riflessione più approfondita sui loro soggetti. Inoltre, hanno affrontato temi impegnativi attraverso mezzi molto diversi e trovo affascinante anche il modo in cui ciascuno di loro utilizza il mezzo espressivo con cui lavora.

Quanto è contato il cinema di Ousmane Sembène?
Sembène, sia come regista sia attraverso le sue interviste, ha esercitato su di me un’enorme influenza. La prima volta che ho visto un film di Sembène, ho percepito un ritmo e un’estetica che mi sembravano familiari rispetto alla mia esperienza di vita in Kenya. In un modo che non avevo mai provato con Hollywood o con altre forme di cinema popolare. Inoltre, affrontava argomenti complessi che trovavo affascinanti e trattati con umorismo e una profonda raffinatezza visiva. I fotogrammi e le scene erano incredibilmente ben studiati e anche gli aspetti non detti di una scena raccontavano una storia. È stata una lezione sul fatto che ogni aspetto di un’immagine è fondamentale per la narrazione e che il modo in cui un’immagine viene creata può rendere una scena ancora più specifica di ciò che viene raffigurato.

Quali sono le sue fonti letterarie?
Gabriel García Márquez e Salman Rushdie hanno entrambi svolto un ruolo fondamentale nella ricerca di un approccio narrativo sfaccettato. Ngugi wa Thiong’o è stato una delle mie principali fonti di ispirazione, sia per la sua scrittura sia per il suo approccio e le sue idee sul linguaggio. È stato costretto all’esilio a causa delle sue convinzioni, dei suoi libri e delle sue idee, ma ha continuato a scrivere.

Quali aspetti della tradizione keniota ritornano nella sua pittura?
Gli artisti, i musicisti e gli scrittori kenioti hanno storicamente dimostrato, attraverso le loro opere, un forte senso di impegno e riflessione sociopolitica, ed è qualcosa che anch’io metto in pratica.

Michael Armitage, «Raft (i)», 2024, Pinault Collection. Foto Kerry McFate. Courtesy dell’artista e David Zwirner

Camilla Bertoni, 19 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

A Venezia migrazioni e speranza nelle opere di un umanista come Michael Armitage | Camilla Bertoni

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