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Una veduta del nuovo allestimento del Wiener Aktionismus Museum, il Museo dell’Azionismo Viennese

© Wiener Aktionismus Museum, Vienna

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Una veduta del nuovo allestimento del Wiener Aktionismus Museum, il Museo dell’Azionismo Viennese

© Wiener Aktionismus Museum, Vienna

A Vienna riapre, ampliato e con una nuova «missione», il Museo dell’Azionismo Viennese

Dal 25 marzo riprende la scommessa del Wam, che dopo i lavori durati sei mesi cerca una svolta. A dare il via al nuovo corso è una mostra dedicata ad Hermann Nitsch e a un periodo della sua attività, quello tra il 1960 e il 1965, caratterizzato da una decisa sperimentazione

Con un deciso ampliamento che consentirà di esporre anche opere monumentali, il Wam (Museo dell’Azionismo Viennese), riapre al pubblico dopo sei mesi di lavori, e un ripensamento della propria missione.

Fondato nella primavera del 2024 dal gruppo di collezionisti Reza Akhavan, Jürgen Boden, Daniel Jelitzka, Philipp Konzett, Dirk Ströer e Christian Winkler, il museo completamente privato, ubicato nel centro di Vienna, cerca il rilancio con la nuova direzione di Klaus Albrecht Schröder (già per 25 anni a capo dell’Albertina), alla caccia di un pubblico che nel primo anno e mezzo di vita aveva fatto registrare un’affluenza più che modesta.

Contrariamente a quanto ventilato mesi fa, il nome dell’istituzione resterà lo stesso, tuttavia verrà messa in atto l’annunciata estensione della missione del museo a tutto l’intorno storico-artistico del periodo in cui Otto Muehl (1925-2013), Günter Brus (1938-2024), Hermann Nitsch (1938-2022) e Rudolf Schwarzkogker (1940-69) furono attivi nel contesto dell’Azionismo Viennese, un fenomeno locale ma «la cui rilevanza per la storia dell’arte sia nazionale che internazionale giustifica il radicamento in un museo dedicato», sottolinea Schröder.

I lavori svolti durante l’autunno e l’inverno hanno prodotto la chiusura verso l’interno degli ampi e alti finestroni che danno sulla strada, con la creazione di grandi superfici che già nella mostra di apertura dedicata alla produzione giovanile di Nitsch consentono la presentazione di dipinti di vaste dimensioni. Verso l’esterno i finestroni hanno invece lasciato invariata la fisionomia dell’edificio e il nuovo trattamento a specchio si incarica di segnalare il museo ai passanti.

La scommessa del Wam riprende dunque con la scelta di Hermann Nitsch come protagonista della riapertura, con la mostra dal titolo «Hermann Nitsch 1960-1965», aperta fino al 5 luglio: un modo per pescare in acque sicure, proponendo però al tempo stesso una fase produttiva dell’artista poco conosciuta, caratterizzata da una decisa sperimentazione sia di tecniche che di formati.

Si mira così a un effetto sorpresa anche per gli appassionati del teorizzatore del Teatro delle Orge e dei Misteri (Omt), che la curatrice e direttrice della collezione Julia Moebus Puck ha potuto mettere in scena grazie a prestiti internazionali, visto che nemmeno la vedova di Nitsch, Rita, dispone di opere sostanziali di quel periodo al Castello di Prinzendorf, sede di tante azioni dell’Omt.

Fra i lavori esposti (soprattutto dipinti, ma anche collage, assemblage e fotografie) spicca la tela monumentale «Blutorgel», nata nel corso dell’omonima, cruciale azione protratta per tre giorni nel 1962 assieme a Adolf Frohner e Otto Muehl, in cui Nitsch usò per la prima volta la carcassa di un animale.

Con una sorta di prologo, il percorso espositivo offre anche un corpus di opere della fine degli anni ’50, che l’artista poco più che ventenne espose nella sua prima mostra del 1960 al Loyalty Club di Vienna, in cui «il colore viene fatto colare delicatamente sulla tela, mentre già un anno dopo viene lanciato, e si afferma il formato due x tre metri. Siamo comunque di fronte a un linguaggio già molto intenso, ci dice la curatrice Julia Moebus Puck. E ancora nel 1960 ha luogo la prima Azione Pittorica di Nitsch nell’atelier del Museo della Tecnica, mentre tra il 1961 e il 1962 nasce fra l’altro il ciclo di pittura astratta “Kreuzwegstation”».

Dopo la sua ottava Azione Pittorica del 1963, Nitsch volta tuttavia le spalle a tele e pennelli: «Da quel momento si dedica interamente alla concezione delle sue azioni teatrali, che trovano espressione nel Teatro delle Orge e dei Misteri, ci spiega ancora Julia Moebus Puck. Si realizzano così sia il passaggio dalla pittura all’azione e dal colore al sangue, alla carne e alle interiora, sia la raccolta, poi sistematica dal 1968, dei relitti delle varie azioni».

A fare da pendant alla mostra viennese, con la stessa curatela è aperta al Museo Nitsch di Mistelbach, in Bassa Austria, un’ulteriore mostra incentrata invece sul periodo dagli anni ’80 alla morte dell’artista nel 2022 («A partire dall’alba», fino al 29 novembre).

Anche in quel contesto museale l’effetto sorpresa non manca, in particolare grazie alla presentazione delle opere più tarde a partire dagli anni 2000, tutte provenienti dalla collezione di Prinzendorf, che testimoniano di una svolta pittorica verso un’astrazione abitata da colori delicati e luminosi.

In questa doppia carrellata primaverile resta quindi escluso il periodo che coincide con la produzione centrale di Nitsch, che è però allo stesso tempo la fase più conosciuta dell’artista.

 

 

Hermann Nitsch in un’azione del 12 luglio 1961. Foto Herbert Gruber / Atelier Nitsch

Flavia Foradini, 24 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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