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“Outta the Bag”: Allison Katz tra autobiografia, ironia e storia della pittura

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“Outta the Bag”: Allison Katz tra autobiografia, ironia e storia della pittura

Allison Katz e la pittura fuori controllo

Con Outta the Bag, la sua prima personale newyorkese, Allison Katz costruisce una mostra che mette in tensione autobiografia, storia della pittura e cultura visiva contemporanea. Tra bocche spalancate, galli, piscine, fotografie e frammenti linguistici, l’artista canadese riflette sulla pittura come dispositivo instabile di percezione e assorbimento delle immagini.

Angelica Kaufmann

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La pittura di Allison Katz procede per stratificazioni che si susseguono una via l'altra. Un’immagine apre verso un’altra immagine. Un titolo altera il significato di ciò che si sta guardando. Un dettaglio apparentemente marginale diventa struttura mentale del dipinto. In Outta the Bag, la sua prima personale newyorkese da Hauser & Wirth sulla Wooster Street, Katz conferma una delle pratiche pittoriche più intelligenti emerse nell’ultimo decennio tra Europa e Stati Uniti: una pittura che lavora dentro l’instabilità stessa della percezione contemporanea.

Nata a Montréal e residente a Londra, Katz mantiene con New York un rapporto biografico preciso. Qui si trasferì vent’anni fa per frequentare la Columbia University, vivendo poi per anni nella città. La mostra sembra assorbire anche questa dimensione: memoria personale e sedimentazione culturale si intrecciano continuamente senza mai trasformarsi in racconto lineare. Il punto centrale del lavoro di Katz resta infatti la capacità della pittura di funzionare come sistema aperto di associazioni. Le opere non si chiudono mai in un’unica lettura. Accumulano riferimenti storico-artistici, frammenti autobiografici, immagini vernacolari, giochi linguistici e tensioni psicologiche dentro superfici che restano volutamente instabili.

Anche il titolo della mostra, Outta the Bag, opera in questa direzione. L’espressione richiama l’idea di rivelazione, di qualcosa che esce allo scoperto, ma mantiene un tono ambiguo, ironico, quasi colloquiale. Katz usa il linguaggio come struttura parallela alla pittura: i titoli non spiegano le opere, le complicano. L’intero percorso ruota attorno al tema della cornice e dell’inquadratura. Non soltanto in senso visivo, ma percettivo e ideologico. In First Impression (2026), una delle opere centrali della mostra, Katz inserisce l’immagine della storica inaugurazione del Museum of Modern Art del 1929 dentro una gigantesca bocca aperta. L’effetto è immediatamente straniante.

La bocca è un motivo ricorrente nella sua pratica. Qui diventa insieme organo corporeo, dispositivo di consumo e metafora istituzionale. Il museo appare come un sistema digestivo che assimila, ordina e trasforma le immagini. Katz mette così in crisi la neutralità della prospettiva modernista: lo spazio ordinato del museo viene inglobato dentro una forma biologica, incontrollabile, quasi grottesca. È una riflessione sottile ma molto precisa sulla storia della visione occidentale. La pittura di Katz non attacca frontalmente le istituzioni o la storia dell’arte. Le assorbe e le destabilizza dall’interno.

Lo stesso accade in Burden (2026), dove un gallo monumentale si equilibra sulla testa di una figura immersa in piscina. Katz utilizza il gallo dal 2011 come figura caricaturale della mascolinità performativa. Qui però l’animale diventa anche peso simbolico, fardello pittorico, presenza assurda e teatrale. Il titolo aggiunge un ulteriore livello di tensione: il “peso” può essere quello della tradizione della pittura stessa, ma anche quello dell’identità, della memoria o dell’opera come oggetto da sostenere.Gran parte della forza di Katz nasce da questa capacità di mantenere simultaneamente registri molto diversi: ironia e teoria, autobiografia e cultura visuale, comicità e malinconia.

La sua pittura lavora infatti dentro una saturazione iconica tipicamente contemporanea. Fotografie personali, immagini trovate, archivi familiari, paesaggi urbani, residui quotidiani vengono ricombinati senza gerarchie. Non esiste un centro stabile. L’immagine si costruisce attraverso collisioni e spostamenti continui. Anche formalmente Katz evita ogni soluzione unitaria. Le superfici sembrano spesso oscillare tra precisione figurativa e dispersione atmosferica. I soggetti emergono e si dissolvono. La composizione trattiene sempre qualcosa di incompleto o provvisorio. In questo senso Outta the Bag funziona anche come riflessione sulla pittura dopo l’economia digitale delle immagini. Katz non compete con la velocità della cultura visiva contemporanea. Lavora piuttosto sul suo accumulo mentale. Le sue opere sembrano registrare il modo in cui oggi guardiamo: attraverso frammenti, interferenze, memorie intermittenti, riferimenti simultanei. È significativo che il corpo resti sempre presente, anche quando appare solo per dettagli o allusioni. Bocche, occhi, posture, immersioni, superfici liquide. Katz ricorda continuamente che vedere non è mai un atto neutro o puramente ottico. Lo sguardo resta legato al corpo, ai desideri, alla memoria, alla fatica stessa della percezione.

Angelica Kaufmann, 18 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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Allison Katz e la pittura fuori controllo | Angelica Kaufmann

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