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AVZ_Photo by Andrea Avezzù

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Biennale: gli artisti si sfilano dai premi, la legittimità dei Leoni è totalmente in discussione

Cinquantadue artisti della mostra internazionale “In Minor Keys” rifiutano la candidatura ai Leoni d’Oro assegnati tramite voto pubblico. La decisione segue le dimissioni della giuria e si inserisce in un’edizione segnata da tensioni geopolitiche e crisi istituzionale

Angelica Kaufmann

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Il sistema dei premi della Biennale entra in una zona di instabilità senza precedenti. Cinquantadue artisti della mostra internazionale “In Minor Keys”, curata da Koyo Kouoh, hanno dichiarato di non voler essere presi in considerazione per i Leoni d’Oro assegnati tramite votazione popolare. La presa di posizione, formalizzata in una lettera pubblicata da e-flux, segue le dimissioni della giuria internazionale e ne assume esplicitamente il gesto come riferimento.

I firmatari rappresentano quasi la metà degli artisti della mostra principale e includono figure consolidate del circuito internazionale. Alla dichiarazione si aggiungono artisti coinvolti in sedici partecipazioni nazionali, ampliando il rifiuto oltre il perimetro curatoriale e trasformandolo in un segnale sistemico. Il nodo riguarda la trasformazione del dispositivo di legittimazione. In assenza della giuria, la Biennale ha introdotto i “Leoni dei Visitatori”, premi assegnati sulla base delle preferenze del pubblico e proclamati a fine mostra. Il passaggio dal giudizio critico a quello aggregato modifica la natura del riconoscimento..

La reazione degli artisti indica una frattura su questo punto. Il rifiuto è contro le condizioni della sua attribuzione. La legittimità dei Leoni, storicamente costruita sulla mediazione di una giuria internazionale, viene percepita come indebolita. La votazione popolare introduce un criterio quantitativo che non coincide con i meccanismi di valutazione propri del sistema dell’arte. Questo sviluppo si inserisce in un contesto già compromesso. Le dimissioni della giuria erano arrivate dopo una dichiarazione che escludeva dalla competizione i paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. La conseguente crisi ha investito direttamente la governance della Biennale, costretta a riorganizzare in tempi rapidi uno dei suoi dispositivi centrali.

Sul fondo restano le tensioni geopolitiche che hanno attraversato l’edizione. Le contestazioni relative alla presenza di Russia e Israele hanno prodotto pressioni politiche, prese di posizione pubbliche e proteste in loco. La scelta della Biennale di mantenere entrambe le partecipazioni, rivendicando un principio di inclusione formale, ha accentuato la distanza tra istituzione e parte della comunità artistica. La questione che si apre riguarda la tenuta del modello. Il sistema dei padiglioni, fondato su logiche diplomatiche, e quello dei premi, costruito su criteri di autorevolezza critica, mostrano qui una divergenza strutturale. La sostituzione della giuria con il voto pubblico tenta di risolvere un conflitto, ma ne espone un altro, più profondo

Angelica Kaufmann, 10 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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