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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliNel calendario sempre più affollato delle fiere europee, Art Monte-Carlo (29 aprile -1° maggio) sceglie di festeggiare il proprio decimo anniversario con un gesto ambizioso: ridefinire il proprio posizionamento attraverso una selezione calibrata e una geografia espositiva che riflette con precisione gli equilibri, e le tensioni, del sistema internazionale dell’arte. Negli spazi del Grimaldi Forum Monaco, sotto l’Alto Patrocinio del Principe Alberto II, la fiera si presenta con ventisei gallerie, un numero contenuto che suggerisce una volontà di controllo curatoriale, e con nuove date primaverili che sembrano voler intercettare un diverso ritmo del collezionismo europeo.
È proprio nella composizione geografica degli espositori che si coglie una delle chiavi di lettura più interessanti di questa edizione. La Francia si conferma asse portante, non solo per prossimità culturale e logistica, ma come vero e proprio baricentro del progetto: Parigi domina con una costellazione di gallerie che spaziano da presenze ormai strutturali come Almine Rech, Galerie Suzanne Tarasieve e Semiose, fino a ingressi più recenti come A&R Fleury, Mitterrand e Galerie Traits Noirs & Co. Non è soltanto una questione numerica: è l’indizio di una precisa linea culturale, che guarda alla scena francese come a un interlocutore privilegiato, capace di coniugare mercato e ricerca.
Canaletto, «L'arrivo dell'ambasciatore francese Jacques-Vincent Languet, conte di Gergy, al Palazzo Ducale il 5 novembre 1726». Courtesy of Lampronti Gallery
Accanto a questo nucleo, l’Italia gioca una partita tutt’altro che marginale, articolata lungo un asse che va da Milano alla Toscana fino a Torino, con la presenza di realtà come Cortesi Gallery, Secci, Galleria Continua, Galleria Barbara Paci e Galleria Accademia. Una presenza che riflette la vitalità diffusa del tessuto italiano, ma anche la sua frammentazione: più poli, più identità, meno centralizzazione rispetto al modello parigino.
La Svizzera emerge come altro snodo strategico, con gallerie che da Ginevra, Zurigo e Losanna — come Fabienne Levy, Olivier Varenne Art Moderne & Contemporain e Wilde — portano in fiera una tradizione consolidata di collezionismo e un approccio sofisticato al mercato internazionale. Più discreta ma significativa è la presenza del Belgio e del circuito anglosassone, evocati attraverso le sedi multiple di alcune gallerie globali, mentre Londra e New York continuano a funzionare come poli simbolici più che come presenze dirette.
Interessante è anche l’apertura verso geografie meno ovvie nel contesto monegasco, come la Corea del Sud con Lee & Bae, o il ritorno di hub culturali «laterali» come Lugano, rappresentata da Giovanni Martino Projects e dalla stessa Cortesi. Sono segnali che indicano una volontà di articolare il discorso oltre i consueti assi euro-atlantici, pur senza forzare un vero decentramento.
In questo mosaico internazionale, Monaco non resta semplice cornice e si riafferma come nodo identitario, grazie alla presenza di gallerie locali come Hartford Fine Art - Lampronti Gallery e M.F. Toninelli Art Moderne, che contribuiscono a radicare la fiera nel contesto del Principato, mantenendo un equilibrio tra dimensione globale e ancoraggio territoriale.
Il risultato complessivo è una mappa che privilegia l’Europa occidentale, con alcune aperture mirate e controllate, evitando volutamente la dispersione geografica tipica delle mega-fiere. In questo senso, Art Monte-Carlo sembra rivendicare una propria specificità: non tanto competere sul piano della scala quanto su quello della qualità delle relazioni e della leggibilità del progetto. La scelta di introdurre una nuova sezione curatoriale, Salon Monte-Carlo (pensata come un territorio di ricerca più che come un semplice ampliamento espositivo, la cui direzione artistica è affidata a Stefano Rabolli Pansera) va nella stessa direzione, suggerendo un tentativo di rafforzare il contenuto critico in un contesto spesso dominato da logiche di mercato.
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