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David Landau
Leggi i suoi articoliVenezia aggiunge un nuovo indirizzo alla propria mappa culturale internazionale. Il 25 aprile apre infatti la Fondazione Dries Van Noten, voluta dallo stilista belga e dal compagno Patrick Vangheluwe, con sede nello storico Palazzo Pisani Moretta, edificio quattrocentesco affacciato sul Canal Grande, nel sestiere di San Polo. La fondazione dichiara come proprio centro il craftsmanship, inteso non come categoria ancillare rispetto all’arte, ma come linguaggio culturale autonomo, capace di connettere arti visive, moda, design, arti decorative e saperi tecnici.
La scelta di Venezia non è neutra. Da anni la città è il laboratorio più evidente di una trasformazione del sistema culturale europeo: accanto alle istituzioni pubbliche e alla Biennale, crescono infatti fondazioni private, spazi ibridi e presidi internazionali che usano il contesto veneziano come piattaforma simbolica e geopolitica. In questo quadro, la Fondazione Dries Van Noten si distingue per l’insistenza sul fare: non solo mostre, ma anche presentazioni, progetti collaborativi, residenze, iniziative educative ed eventi rivolti ad artisti, designer e artigiani in diverse fasi della carriera. Entro fine anno è prevista anche l’apertura di una sede complementare, Studio San Polo.
Il palazzo stesso è parte sostanziale del progetto. Costruito nella seconda metà del Quattrocento dalla famiglia Pisani, noto per la facciata gotico-fiorita e per gli interni barocchi settecenteschi, Palazzo Pisani Moretta sarà oggetto di un restauro affidato all’architetto veneziano Alberto Torsello. Prima dell’avvio pieno del cantiere, la fondazione apre con una mostra che sfrutta proprio la tensione tra spazio storico e nuove narrazioni materiali.
L’esordio è affidato a The Only True Protest Is Beauty, aperta dal 25 aprile al 4 ottobre 2026 e curata da Dries Van Noten con Geert Bruloot. Il titolo riprende un verso di Phil Ochs e propone una tesi precisa: la bellezza non come evasione decorativa, ma come intensità critica, frizione, capacità di perturbare. La mostra occupa 20 sale del palazzo e riunisce oltre 200 opere e oggetti, tra moda, gioiello, fotografia, design da collezione, vetro, ceramica e sperimentazione materica.
Il progetto curatoriale riflette in modo abbastanza fedele la traiettoria di Van Noten: una pratica che, anche negli anni della maison, ha sempre lavorato sul punto di contatto tra tessuto, ornamento, cultura visiva e storia delle arti decorative. In mostra compaiono abiti di Christian Lacroix e Comme des Garçons, lavori di Joyce J. Scott, Peter Buggenhout e Steven Shearer, insieme a designer e ceramisti come Ayham Hassan, Rebecca Manson e Kaori Kurihara, oltre a presenze legate a gallerie di design contemporaneo come Friedman Benda, Supercut, Objects With Narratives e Side Gallery. Più che un’esposizione disciplinare, sembra un atlante di contaminazioni tra arte, moda e oggetto.
Il punto interessante è proprio qui. La fondazione non entra a Venezia come museo di moda né come semplice estensione di un brand personale. Si colloca invece nel territorio oggi più conteso del sistema culturale: quello in cui arte, artigianato, lusso e design da collezione smettono di essere compartimenti separati e costruiscono un mercato e un immaginario comuni. In questo senso il progetto intercetta una trasformazione già in atto, in cui il valore culturale dell’oggetto dipende sempre più dalla qualità della manifattura, dalla rarità del processo e dalla capacità di tenere insieme tradizione materiale e circuito internazionale. Questa lettura è coerente con la missione dichiarata dalla fondazione, che parla di abbattere i confini tra arti e di riconoscere in ogni espressione creativa il gesto umano del fare.
Resta da capire quale rapporto la fondazione saprà costruire con la città reale. Il lessico del progetto insiste su Venezia come luogo vivo, non musealizzato, e Van Noten e Vangheluwe hanno esplicitamente parlato di uno spazio pensato per artisti, studenti, artigiani e visitatori, capace di connettere passato, presente e futuro della città. È un’ambizione alta, perché Venezia è anche il luogo in cui la distanza tra prestigio internazionale e tessuto locale è spesso più evidente. La tenuta del progetto si misurerà dunque meno sull’effetto inaugurale e più sulla sua capacità di produrre continuità, relazioni e lavoro culturale non episodico.
Per ora, il dato è chiaro: con la Fondazione Dries Van Noten, Venezia consolida ulteriormente il proprio ruolo di capitale europea delle istituzioni ibride, dove la mostra diventa infrastruttura, il palazzo storico torna macchina di rappresentazione e l’artigianato viene rilanciato come categoria strategica del presente.
FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN_PALAZZO PISANI MORETTA_Ph Camilla Glorioso
FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN_PALAZZO PISANI MORETTA_Ph Camilla Glorioso
FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN_PALAZZO PISANI MORETTA_Ph Camilla Glorioso
FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN_PALAZZO PISANI MORETTA_Ph Camilla Glorioso
FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN_PALAZZO PISANI MORETTA_Ph Camilla Glorioso
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