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Alessandra Mammì
Leggi i suoi articoliDov’è finita l’idea dei fondatori di fare dei Giardini della Biennale un’utopica e armonica Società delle Nazioni unita nell’arte e nella cultura? Missione fallita, dice la cronaca. E non solo per quel Padiglione della Russia che divide Governo italiano e Biennale, ma per una storica incompatibilità fra libertà dell’arte e ragioni della geopolitica. Già nel 1964 il Gran Premio a Robert Rauschenberg scatenò polemiche in Italia e in gran parte d’Europa. Sancire la vittoria della Pop Art americana sull’Informale europeo fu vista come una genuflessione verso il Paese dominante. Si gridò al complotto, si ipotizzò che dietro la vittoria ci fosse addirittura la Cia. Sul caso mai chiarito, fu persino prodotto nel 2023 un docufilm firmato da una solida documentarista, Amei Wallach, e coronato dall’eloquente titolo «Taking Venice».
Un altro scandalo fu quello del Padiglione della Germania nel 1980, quando Anselm Kiefer e Georg Baselitz furono accusati di propaganda filonazista. Colpevole, il primo, di aver presentato lavori inneggianti agli eroi germanici da Parsifal in poi, e il secondo, soprattutto, per il saluto a braccio teso di una scultura lignea che dominava il padiglione. Si intitolava «Modell für eine Skulptur», in quanto, come si giustificò Baselitz, era un omaggio agli archetipi della grande tradizione di arte africana. Non fu creduto.
Ma i veri mal di pancia arrivano dopo la globalizzazione, quando le richieste di partecipazione si moltiplicano in tutta Venezia. Il caso più spinoso è quello della Palestina, che nel 2009 viene accolta per la prima volta sia pure come evento collaterale. Tra gli artisti, Emil Jacir (Leone d’Oro per l’artista under 40 nel 2007) presenta il progetto «Stazione», nel quale si intendono tradurre in arabo le fermate del vaporetto Linea 1 su Canal Grande. Pur approvato dalla Biennale e sponsorizzato dall’Azienda Municipale Trasporti, il progetto viene censurato dalla giunta comunale e ridotto a una semplice mappa cartacea.
Il «prudente» atteggiamento delle istituzioni civiche verso le proposte più impegnate degli artisti si ripete nel 2015, quando Christoph Büchel per il Padiglione dell’Islanda allestì una moschea aperta ai fedeli nell’abbandonata Chiesa della Misericordia in nome di un comune sentire islamico-cristiano. Sentimento non condiviso dalla prefettura, che in tempi record fa chiudere chiesa-mostra-moschea per motivi di sicurezza. Più grave è, nel 2024, l’esclusione dell’evento proposto dal Palestine Museum con la motivazione che la Palestina «non è un Paese riconosciuto dalla Repubblica Italiana». Per contraccolpo si scatena una petizione contro il Padiglione d’Israele da parte dell’Anga (Art No Genocide Alliance), che in pochi giorni raccoglie più di 20mila firme. La pressione è tale che l’artista Ruth Patir, in accordo con le curatrici Mira Lapidot e Tamara Margalit, decide di non inaugurare la mostra dichiarando che il Padiglione israeliano sarebbe rimasto simbolicamente chiuso fino al giorno del cessate il fuoco e della liberazione degli ostaggi. «Ci aggrappiamo alla convinzione che debba esserci uno spazio per l’arte, per la libera espressione e creazione, in mezzo a tutto ciò che sta accadendo», avevano coralmente detto. Pura illusione pensare a un’arte libera dalla politica in un contesto che parla di Nazioni.
Esemplare è la storia del Padiglione della Polonia del 2024. A rappresentare il Paese era stato selezionato Ignacy Czwartos con il progetto «Polish Practice in Tragedy», che affondando le radici nei traumi del passato (comunismo sovietico e nazionalsocialismo) diventava un «j’accuse» all’aggressione russa in Ucraina attraverso un’installazione di documenti, dipinti e oggetti. Ma nell’ottobre che precede l’apertura della mostra, le elezioni in Polonia premiano una coalizione centrista: viene formato un nuovo Governo che non gradisce il patriottico antiputinismo di Czwartos, il quale con un colpo di spugna è rapidamente sostituito da Open Group, collettivo ucraino che presenta la videoinstallazione «Repeat after me» dal tema antimilitarista e pacifista ma decisamente meno ideologico.
La massima turbolenza sta colpendo però questa 61ma edizione, dove la Russia è solo uno degli episodi. Un’alzata di scudi si è levata in Australia quando il Parlamento, facendo pressione sull’ente finanziatore del padiglione, prova a cancellare la partecipazione di Khaled Sabsabi, artista d’origine libanese scelto da una commissione indipendente ma reo di aver girato nel 2007 un video nel quale appariva un esponente di Hezbollah. Fortunatamente il mondo dell’arte e della cultura insorge fino a ottenere il pieno reintegro di Sabsabi. Non va così bene allo scultore statunitense Robert Lazzarini quando prova ad aggirare il diktat del Padiglione degli Stati Uniti, che chiede di promuovere «valori americani». Lazzarini allora abbraccia tutti i simboli americani: l’aquila, la bandiera, George Washington... ma li sottopone a deformazioni geomatematiche che li rendono più inquietanti che celebrativi. Nonostante il progetto fosse stato approvato dal Dipartimento di Stato (si sarà reso conto dello spirito sarcastico?), sono gli accorti e più prudenti finanziatori che vengono a mancare. Ed ecco che, al posto dell’America di Lazzarini, vedremo rassicuranti sculture biomorfe e vagamente oniriche di Alma Allen: più noiose forse, ma senza i rischi di entrare in collisione con lo spirito dell’America di Trump. La più ingiusta fra tutte le cancellazioni è però quella della sudafricana Gabrielle Goliath, censurata dal suo Governo. La colpa era di aver composto un’elegia che univa il femminicidio in Sudafrica, il genocidio degli Herero e dei Nama in Namibia e la violenta morte di una poetessa palestinese a Gaza. Un tema, quest’ultimo, che per il ministro della Cultura era considerato altamente divisivo in quanto riferito a un conflitto in corso. Per di più Goliath viene accusata di aver ricevuto fondi dal Qatar per questo progetto. Sentendosi censurata e calunniata, l’artista procede per vie legali contro il ministero, ma il ricorso è respinto e le vengono addebitate le spese processuali. La volontà di ricorrere in appello, l’indignazione che ha attraversato il Paese, il rifiuto del ministro di dare motivazioni valide che giustifichino questo atto di censura hanno creato tanta turbolenza da portare alla decisione di rinunciare alla mostra. E sebbene Goliath dal 5 maggio al 31 luglio porterà comunque la sua «Elegy» a Venezia in un evento indipendente nella Chiesa di Sant’Antonin, per la prima volta anche il Sudafrica non parteciperà al gala delle Nazioni in una Biennale che ormai, più che festa dell’arte, è diventata specchio dei tempi e dei conflitti.
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