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Redazione
Leggi i suoi articoliLa Biennale di Venezia, come ogni grande evento chiamato a riflettere sul mondo, non è nuova a collisioni tra estetica e geopolitica. Ma il vernissage della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte passerà alla storia come uno dei più tesi dell'ultimo decennio. Mentre le calli si riempivano di addetti ai lavori e le code ai Giardini sfidano la pioggia battente - con attese che superano i sessanta minuti - l'attenzione questa mattina (6 maggio) se l'è presa nuovamente il Padiglione Russia.
Dopo il silenzio del 2022 e la concessione degli spazi alla Bolivia nel 2024, il ritorno di Mosca - seppur limitato alla sola finestra della pre-apertura - ha innescato una polemica senza fine. Nonostante il massiccio dispiegamento delle forze di sicurezza a protezione della struttura, oggi il dissenso ha trovato il modo di manifestarsi con l'irruenza provocatrice delle Pussy Riot, noto gruppo russo di attiviste femministe e performance artist.
L'avevano annunciato nei giorni scorsi, e hanno mantenuto la promessa. Il collettivo punk-attivista di prima mattina ha messo in scena la sua incursione: passamontagna fucsia, fumogeni e slogan al vetriolo contro le politiche del Cremlino. L'azione, che ha visto la partecipazione di centinaia di manifestanti e dissidenti, ha trasformato l'ingresso del padiglione in uno scenario di protesta. Per le attiviste, la presenza ufficiale russa rappresenta un tentativo di normalizzazione e reintroduzione nel contesto globale del Paese attraverso la cultura, inaccettabile alla luce del conflitto in Ucraina.
«Per la Russia, la cultura è uno strumento di guerra. L’infiltrazione attraverso i media, l’arte, la lingua – il soft power – fa parte della strategia militare russa, ed è un’iniziativa molto ben organizzata e ben finanziata. Ci sono ancora degli utili idioti in Europa che si lasciano cinicamente strumentalizzare dalla Russia e accolgono la propaganda di Putin nel cuore culturale stesso dell’Europa: la Biennale di Venezia. Nonostante la Russia abbia dichiarato apertamente guerra a quello che definisce “l’Occidente collettivo”, nonostante le fosse comuni, nonostante il terrore di massa».
Nata nel 2011 e guidata da Nadya Tolokonnikova, la formazione artistica e musicale si batte per i valori democratici in opposizione al governo di Putin. Il gruppo è balzato agli onori della cronaca nel marzo 2012 quando, nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, tre sue esponenti (Tolokonnikova, Alekina e Samucevic) realizzarono una «preghiera punk» di protesta. L'azione costò loro una condanna a due anni di detenzione. Mentre la Samucevic ottenne la sospensione della pena, le altre due furono scarcerate poco prima della scadenza naturale della condanna. Attualmente risiedono fuori dai confini russi, proseguendo il loro attivismo politico in esilio.
Mentre all'esterno si consumava la protesta delle Pussy Riot, rapidamente sedata dall'intervento delle forze dell'ordine, un altro tipo di dissenso, più silenzioso ma dal valore politico altrettanto significativo ha scosso il programma collaterale. La rassegna La Biennale della Parola/Il dissenso e la pace ha dovuto incassare due forfait pesantissimi. Il regista russo Alexander Sokurov e la scrittrice palestinese Suad Amiry hanno annullato la loro partecipazione agli incontri di mercoledì 6 e giovedì 7 maggio. Sebbene le note ufficiali parlino di «indisponibilità dell'ultima ora», le loro assenze pesano come macigni sul dibattito attorno alla pace e alla libertà d'espressione. Di certo, l'atmosfera non era delle più propizie. Il clima che si respira in Laguna è infatti quello di una Biennale «sotto assedio», non solo dai visitatori - accorsi in massa nonostante il maltempo - ma dalle istanze morali di un'opinione pubblica che non accetta la separazione tra arte e cronaca.
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