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Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliAl 79mo Festival de Cannes ha vinto la geopolitica. Più ancora delle scuole cinematografiche o delle strategie industriali, il palmarès presieduto per la prima volta da un regista sudcoreano di culto come Park Chan-wook (Grand Prix a Cannes con «Oldboy» nel 2004) premia un’idea precisa di cinema, che torna a interrogare il rapporto tra individuo e potere, tra coscienza morale e Storia, tra fragilità privata e violenza collettiva. In questo quadro non è irrilevante la quasi totale assenza di riconoscimenti per il cinema americano e israeliano (peraltro quasi del tutto assenti), mentre emergono opere europee attraversate dalla guerra, dal collaborazionismo, dalle crisi della democrazia e dalle tensioni identitarie contemporanee.
La Palma d’oro assegnata a «Fjord» di Cristian Mungiu sintetizza perfettamente questa direzione. Mungiu, già Palma d’oro nel 2007 con «4 mesi, 3 settimane, 2 giorni», appartiene a quella generazione della New Wave rumena che ha trasformato il cinema dell’Est europeo in uno dei grandi laboratori morali contemporanei.
Ispirato a una storia vera, «Fjord» racconta una famiglia rumeno-norvegese che si trasferisce in un villaggio affacciato su un fiordo e finisce sotto indagine da parte dei servizi sociali per presunti maltrattamenti sui figli. Ma ciò che interessa davvero al regista non è la cronaca giudiziaria. Il film diventa piuttosto una riflessione sulla collisione tra sistemi morali differenti: religione e razionalismo, educazione e controllo, protezione e libertà. Nessuno ha completamente ragione, nessuno completamente torto. Come spesso accade nel grande cinema europeo, la verità non emerge come soluzione ma come zona opaca, continuamente instabile.
Non è un caso che proprio la famiglia sia stata una delle grandi protagoniste di questa edizione del festival. Cannes 79 è sembrata attraversata da una quantità impressionante di racconti familiari: famiglie devastate dalla guerra, dalla memoria storica o dall’autoritarismo; famiglie come rifugio affettivo oppure come luogo di dominio; famiglie incapaci di comunicare e insieme ancora capaci di solidarietà, protezione e amore. Lo spazio domestico diventa anche il luogo privilegiato in cui leggere la crisi geopolitica globale, come dimostra il Grand Prix a «Minotaur» di Andrei Zviaguintsev, già premiato a Cannes per la sceneggiatura di «Leviathan» nel 2014 e con il Premio della Giuria per «Loveless» nel 2017. Il regista russo è da anni uno dei grandi anatomopatologi morali della Russia contemporanea. Girato in esilio «Minotaur» trasforma la figura del padre-padrone in una metafora del potere contemporaneo. La famiglia borghese diventa una miniatura della Russia putiniana.
La tensione tra tragedia privata e disastro storico attraversa anche «Fatherland» di Pawel Pawlikowski, premiato ex aequo per la regia insieme a «La Bola Negra» di Javier Calvo e Javier Ambrossi. Pawlikowski, già premio Oscar per «Ida» e autore di «Cold War», torna sulla Croisette con un film austero e spettrale dedicato a Thomas Mann nella Germania del dopoguerra. In appena ottantadue minuti in bianco e nero, il regista polacco osserva un’Europa sospesa tra le rovine morali del secondo dopoguerra e le nuove divisioni ideologiche e geopolitiche.
Con un film che trasforma la memoria di Federico García Lorca in un grande melodramma queer che attraversa ottant’anni di storia spagnola, Los Javis, che arrivano dal mondo della serialità e della cultura pop spagnola., si confermano allievi ideali di quel Pedro Almodóvar che è il «grande sconfitto» di questo palmarès, poiché «Amarga Navidad» era considerato tra i titoli più forti del concorso. La stessa sorte è toccata ad autori amatissimi da Cannes come Asghar Farhadi e Rodrigo Sorogoyen. Sono esclusioni che aiutano a comprendere la linea della giuria, che ha privilegiato opere in cui il dramma individuale si trasforma immediatamente in riflessione storica, politica o civile, lasciando ai margini film più concentrati sul dinamiche emotive private.
Anche il premio alla sceneggiatura attribuito a Emmanuel Marre per «Notre salut» si muove nella stessa direzione. Marre, cineasta belga emerso nel cinema indipendente francofono, affronta la Francia di Vichy non come semplice ricostruzione storica ma come meditazione sulla banalità dell’adesione al potere. Il protagonista (Henri Marre) non è un mostro ideologico, ma un uomo mediocre, inquietante perché vero, che desidera sentirsi finalmente riconosciuto dalla Storia. Forse è lui stesso uno dei motori della Storia di sempre, benché anonimo.
Persino i premi attoriali, a coppie, sembrano seguire la linea etica e relazionale. Virginie Efira e Tao Okamoto sono state premiate insieme per «All Of A Sudden» di Ryusuke Hamaguchi, regista già Orso d’argento a Berlino e Oscar internazionale con «Drive My Car». Mette in scena il dialogo tra una donna francese e una giapponese in una meditazione sull’ascolto e sulla cura. A Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, va il premio di migliori attori per «Coward» di Lukas Dhont, regista già Grand Prix a Cannes nel 2022 con «Close» e rivelazione della Croisette con «Girl» nel 2018. I due giovani talenti sono premiati per una storia d'amore tra soldati durante la Prima guerra mondiale che intreccia tematiche queer con il valore salvifico dell'arte e la resistenza emotiva necessaria quando tutto attorno è distruzione insensata.
Questi premi rappresentano forse il segnale più sottile ma anche più radicale di questo palmarès. La giuria, composta da giganti come Park Chan-wook, Demi Moore, Chloé Zhao, Stellan Skarsgård e Paul Laverty, non ha premiato la performance individuale nel senso hollywoodiano del termine, il gesto virtuoso della star che domina il film, ma la relazione. La scelta della giuria sembra affermare che il cinema europeo può ancora inventare regole proprie, indipendenti dallo star system e dalla centralità dell’attore-divo. Si premia la relazione umana prima della performance individuale, la vulnerabilità condivisa più che il carisma solitario.
Anche la Palma d’onore a John Travolta e quella alla carriera assegnata a Barbra Streisand sembrano inserirsi dentro questa logica anti industriale. Travolta, due volte candidato all’Oscar per «La febbre del sabato sera» e protagonista della Palma d’Oro di Pulp Fiction nel 1994, è stato celebrato a Cannes con la prima mondiale di «Propeller One-Way Night Coach», il suo esordio alla regia: un film sulla propria infanzia e sul rapporto fatato con la madre durante il suo primo volo. Streisand, premiata per una carriera straordinaria (due Oscar, dieci Grammy e un Emmy), è emersa, nel bel monologo di assegnazione di Isabelle Huppert come figura eroica di un femminismo creativo nato contro il sistema degli studios. Huppert, sua prima ammiratrice, l’ha descritta come una donna che ha pensato il cinema soprattutto da regista e autrice, quando per una donna questo appariva ancora impensabile dentro Hollywood.
Dal Palmarès di Cannes 79 emerge l’immagine di un festival profondamente europeo, non tanto in senso geografico quanto spirituale. Un cinema che dimostra la propria necessità di pensare il presente invece di limitarsi a rappresentarlo. In un’epoca dominata dalla propaganda, dalla radicalizzazione e dalle semplificazioni algoritmiche, Cannes 79 ha premiato opere che rifiutano le risposte facili e tornano a fare del dubbio una forma di conoscenza. Per un modello di cinema come spazio di esercitazione della coscienza critica.
I vincitori della 79ma edizione del Festival di Cannes. Foto © Amélie Canon / FDC
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