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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliLa polemica che scuote il Centro Galego de Arte Contemporánea (Cgac) di Santiago de Compostela, secondo molti professionisti del settore, non nasce con la recente nomina della nuova direttrice, ma affonda le sue radici in un processo lento e progressivo di deterioramento che si protrae da anni e che alcuni leggono come il risultato di una strategia del governo locale del Partito Popolare volta a rafforzare il controllo sull’istituzione e a ridurne l’autonomia. Progettato dall’architetto portoghese Álvaro Siza tra il 1988 e il 1993, il Cgac si trova in una delle zone monumentali più suggestive di Santiago de Compostela, ai margini del centro storico, a pochi passi dal Convento e dalla Chiesa di San Domingo de Bonaval. Dopo gli anni di grande prestigio internazionale ottenuto dalla prima direttrice Gloria Moure, con importanti mostre di Dan Graham, Vito Acconci, Medardo Rosso, Ana Mendieta, Giovanni Anselmo e Christian Boltanski, nonché progetti site specific di Anish Kapoor e Juan Muñoz, tra gli altri, il Cgac ha iniziato una caduta rovinosa dovuta, secondo l’accusa di molti, all’influenza di politici più attenti agli interessi di partito che alla cultura.
Il Cgac ha progressivamente perso centralità nel panorama nazionale e internazionale e già durante la fase finale della direzione di Santiago Olmo, numerosi artisti, curatori e operatori culturali esprimevano preoccupazione per il futuro dell’istituzione. La conclusione del suo mandato ha reso evidente un problema che molti consideravano imminente: la difficoltà di garantire una successione fondata sui criteri di indipendenza e competenza che caratterizzano i principali musei d’arte contemporanea europei.
Le proteste sono esplose quando la Xunta de Galicia, il governo autonomo locale, ha modificato i requisiti per accedere al concorso della nuova direzione, limitando la candidatura principalmente a funzionari dell’amministrazione pubblica. Poi la nomina di Eva López Tarrío ha alimentato ulteriormente il conflitto. Alcuni aspetti del curriculum presentato dalla candidata sono stati contestati pubblicamente e diversi rappresentanti del settore hanno sollevato dubbi sull’idoneità del suo profilo. La questione centrale non riguarda soltanto la persona, ma la trasparenza dell’intero processo di selezione.
Tre dei cinque membri del consiglio consultivo del Cgac, Cecilia Pereira, Silvia García e Agar Ledo hanno rassegnato le dimissioni. La reazione del mondo dell’arte è stata immediata. Sotto l’hashtag #SOSCGAC si sono mobilitati più di un migliaio di professionisti con manifesti e lettere aperte. Tra i soggetti che hanno espresso pubblicamente la propria opposizione figurano la Facoltà di Belle Arti di Pontevedra, la Real Academia Galega de Belas Artes, associazioni professionali e numerosi collettivi di artisti e curatori indipendenti. Anche l’Associazione dei Direttori d’Arte Contemporanea di Spagna (Adace) ha manifestato forte preoccupazione per la situazione. La mobilitazione ha superato i confini della Galizia coinvolgendo direttori di musei, curatori e figure di primo piano del sistema artistico spagnolo. Tra le voci più autorevoli spicca quella di Manuel Segade, direttore del Museo Reina Sofía ed ex curatore capo del Cgac, che ha difeso la necessità di rispettare le buone pratiche nella gestione delle istituzioni culturali. Oggi il caso Cgac è diventato il simbolo di una questione più ampia: il rapporto tra politica e autonomia culturale. Per molti operatori del settore non è in gioco soltanto il futuro di un museo, ma il modello stesso di governance delle istituzioni artistiche pubbliche in Spagna.
Roberta Bosco
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