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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoli«Sono ormai due mesi che abbiamo iniziato il restauro del “Martirio di san Maurizio e della Legione tebana”, un capolavoro di eccezionali dimensioni e dalla storia particolarmente interessante. Il lavoro procede bene, ma non possiamo affermare con certezza quando sarà concluso perché non dipende da noi, ma dall’opera. Man mano che il lavoro avanza, appaiono danni nascosti a cui dobbiamo porre rimedio: è il quadro che comanda. Alla fine non è importante il tempo impiegato, ma il risultato». Lo afferma Rafael Alonso, restauratore del Museo del Prado dal 1978, nonché uno dei principali esperti mondiali dell’opera di Domínikos Theotokópulos, El Greco, del quale ha restaurato oltre 90 opere.
In questo caso si tratta del «Martirio di san Maurizio e della Legione tebana», di norma conservato nel Monastero di San Lorenzo dell’Escorial, che è stato trasferito alla Galleria delle Collezioni Reali di Madrid dove viene eseguito il restauro, patrocinato dal Consiglio Internazionale dei Patroni delle Collezioni Reali, creato dalla Fondazione Callia in collaborazione con il Patrimonio Nazionale.
«Il trasporto del dipinto da El Escorial a Madrid ha richiesto una logistica complessa che ha coinvolto più di dieci professionisti, a causa delle grandi dimensioni dell’opera: 445x294 cm. Una volta effettuato il restauro, il dipinto sarà esposto temporaneamente nella Galleria delle Collezioni Reali prima di tornare nella sua sede abituale, le Sale Capitolari del Monastero Reale», continua Alonso, sottolineando che sono proprio le condizioni di temperatura e umidità dell’Escorial e le dimensioni, a rendere particolarmente delicato l’intervento. «Innanzitutto rimuoveremo le vecchie vernici ossidate che al momento offuscano la brillantezza dei colori e la profondità creativa caratteristiche delle opere di El Greco, quindi interverremo sulle ridipinture realizzate nel corso degli anni. L’ultimo restauro risale al 1998, ma fu molto superficiale e venne solo consolidata la pittura, affinché l’opera potesse essere esposta in una grande mostra al Museo Thyssen. Non fu un lavoro approfondito, non venne effettuata la pulitura né si eliminarono le reintegrazioni pittoriche. Sappiamo inoltre che nell’Ottocento il dipinto venne rintelato applicando alla tela originale una di lino. Sul retro figurano la data e la firma di un restauratore ignoto. Il dipinto versava in cattive condizioni a causa del gelo e l’operazione era necessaria», spiega Alonso puntualizzando che durante l’estate i restauratori del Prado si trasferivano al Monastero dell’Escorial per riparare i danni provocati dai rigori invernali. «All’epoca, purtroppo, le reintegrazioni pittoriche erano molto più invasive. Oggi ci limitiamo a trattarele lacune senza ridipingere sull’originale. Invece allora, affinché il risultato fosse di loro gradimento, estendevano la ridipintura oltre il necessario, squilibrando l’opera. Dobbiamo comunque essere comprensivi, perché se non fosse mai stato fatto nulla sicuramente queste opere non si sarebbero conservate fino a oggi», dichiara sottolineando che se si tratta di ritocchi, il danno è ridotto perché si possono eliminare, mentre il problema più grave sono le pulizie aggressive che consumano la tela, anche se non è il caso del «Martirio di san Maurizio e della Legione tebana». L’intervento si avvale delle informazioni fornite da radiografie, analisi dei pigmenti e fluorescenza UV che, oltre a mettere in evidenza crepe, restauri e danni, permette di distinguere gli strati pittorici originali dagli interventi successivi e di stabilirne lo stato di conservazione. Come la luce radente e i raggi infrarossi rivelano il processo creativo mostrando gli strati pittorici sottostanti, le composizioni nascoste, i restauri coperti e le modifiche invisibili a occhio nudo, gli ultravioletti sono strumenti preliminari che contribuiscono a guidare le decisioni del restauratore, che alla fine dipendono dalla sua conoscenza e sensibilità e richiedono un lavoro estremamente lento e accurato.
«Dopo la pulizia e l’eliminazione dei ritocchi, dobbiamo neutralizzare i vuoti che restano bianchi, mentre l’imprimitura di El Greco era rossiccia. Quest’intervento metterà in risalto la pittura originale e chi voglia analizzare o studiare il quadro potrà sempre identificare le reintegrazioni con la luce ultravioletta. Tutti nostri interventi devono essere reversibili al 100%, per questo preferiamo lavorare con acquerello che si può eliminare con acqua o con vernici che si possono rimuovere con un solvente, mentre i colori a olio si scuriscono e induriscono» spiega Alonso che nel corso della sua carriera si è ritrovato a restaurare dipinti di El Greco ben più compromessi come «La Spoliazione di Cristo» della Cattedrale di Toledo, «L’Immacolata Concezione con san Giovanni» del Museo di Santa Cruz e cinque opere dell’Hospital de la Caridad de Illescas, che durante la Guerra Civile subirono vari danni perché furono depositate nei sotterranei del Banco de España, riempiendosi di funghi a causa dell’umidità. «Il martirio di san Maurizio» avrebbe dovuto sancire il trionfo di El Greco alla corte di Filippo II e invece lo condannò all’ostracismo. L’opera era stato commissionata dal re per decorare una delle cappelle laterali della Basilica del Monastero di San Lorenzo dell’Escorial, quella dedicata al santo. «Faceva parte del programma iconografico per la venerazione dei santi concepito secondo i dettami della Controriforma, e il soggetto era stato scelto perché san Maurizio è patrono dell’Ordine del Toson d’Oro, massimo ordine cavalleresco spagnolo, spiega Carmen García Frías, conservatrice della Pittura antica del Patrimonio Nazionale. «El Greco dedicò quasi tre anni a dipingerlo e lo consegnò personalmente nel novembre del 1582, ma Filippo II non ritornò in patria dal Portogallo fino all’anno seguente e lo vide solo nel marzo del 1583. Il re riconobbe il valore e la qualità dell’opera. Non discusse mai sul prezzo e lo pagò 800 ducati, una somma altissima per l’epoca, ma non fu soddisfatto del risultato iconografico. Aveva chiesto di raffigurare il martirio, ma il pittore aveva relegato il soggetto in secondo piano, omettendo dalla scena la morte di san Maurizio e dando a tutto l’insieme una serenità che il re considerò inappropriata», continua la conservatrice, sottolineando che il linguaggio di El Greco risultava confuso e in contrasto con i dettami del Concilio di Trento. Con questo dipinto, i tentativi di El Greco di assicurarsi il patrocinio di Filippo II furono definitivamente vanificati e la tela fu relegata in uno spazio secondario del monastero, la sacrestia del coro denominata Sala de Capas. Al suo posto, sull’altare della Cappella di San Maurizio, fu collocata nel 1584 la versione del martirio del santo dipinta da Romolo Cincinnato. «Il dipinto di El Greco restò nella Sala de Capas 50 anni, fino a quando Velázquez riordinando le collezioni lo collocò nella chiesa privata dei monaci, uno spazio molto più importante», conclude Carmen García Frías. Dopo il restauro verrà di nuovo collocato all’ingresso delle sale capitolari, dove si trova da molti anni, insieme alle opere più importanti della collezione dell’Escorial. ν Roberta Bosco
La grande tela con il «Martirio di san Maurizio e della Legione tebana» di El Greco
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