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Vista del sito archeologico di Cnido

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Vista del sito archeologico di Cnido

Cnido e il culto di Afrodite Euplea

Come narra Plinio il Vecchio, Prassitele realizzò due statue di Afrodite, una vestita e una nuda. La prima fu scelta dalla città di Coo, che riteneva l’altra troppo scandalosa; la seconda venne acquistata da Cnido. La fama della statua fu tale che «molti navigavano fino a Cnido solo per vederla»

Francesco Bandarin

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Situata all’estremità della penisola di Datça nella Caria, una regione dell’Anatolia occidentale in Turchia, Cnido (Knidos) sorge tra due porti naturali, fu crocevia di rotte egee e anatoliche ed è celebre per il culto di Afrodite Euplea («della buona navigazione») e per la statua di Prassitele che rivoluzionò l’arte greca. Oggi le sue rovine raccontano una città che unì strategia marittima e raffinatezza artistica. L’antica Cnido occupava una posizione di eccezionale rilevanza strategica nel Mediterraneo orientale.

Fondata nel VI secolo a.C. dai Dori del Peloponneso, era parte della «hexapolis dorica» insieme a Rodi, Cos e altre città della regione. Il promontorio di Triopio, sacro ad Apollo, delimitava un istmo sottile che separava due porti naturali: il porto settentrionale, riparato dai venti prevalenti, e il porto meridionale, aperto verso l’Egeo e le rotte per Rodi, Creta, l’Egitto e il Levante. Tale configurazione, attestata da Strabone nella sua Geografia, consentiva un rapido passaggio delle imbarcazioni da un bacino all’altro, garantendo alla città un ruolo di primaria importanza nel controllo dei traffici marittimi.

Cnido partecipò anche alla grande diaspora del mondo greco che diffuse la civiltà ellenica in tutto il Mediterraneo. In particolare, fondò colonie come Curzola nell’Adriatico e Lipari, nelle isole Eolie. L’assetto urbano di Cnido, ricostruibile attraverso indagini archeologiche condotte sin dal XIX secolo dagli inglesi e integrate da scavi turchi più recenti, si sviluppava su terrazze digradanti verso il mare. Le mura poligonali racchiudevano un’area di circa 40 ettari comprendente l’agorà, edifici civili e religiosi, quartieri residenziali e infrastrutture portuali.

Di particolare rilievo sono i resti di due teatri: quello settentrionale, affacciato sul porto riparato, e quello meridionale, rivolto verso l’Egeo. Fra i santuari documentati si annoverano templi dedicati a Dioniso, alle Muse e, soprattutto, ad Afrodite Euplea, divinità il cui culto era strettamente legato alla prosperità marittima della polis. È in questo contesto che, intorno al 360 a.C., Cnido commissionò a Prassitele (400-326 a.C) la celebre Afrodite Cnidia, la prima rappresentazione nella scultura greca di una divinità femminile a grandezza naturale completamente nuda.

Nella Naturalis Historia, Plinio il Vecchio (23-79 d.C) narra che l’artista realizzò due statue di Afrodite, una vestita e una nuda: la prima fu scelta dalla città di Coo, ritenendo la seconda troppo scandalosa; l’altra, rifiutata, venne acquistata da Cnido. La fama della statua fu tale che, sempre secondo Plinio, «molti navigavano fino a Cnido solo per vederla». L’iconografia della statua, di tipo «pudico», raffigurava la dea nell’atto di prepararsi a un bagno rituale, con la mano destra a celare il pube e la sinistra a sorreggere il mantello.

I templi di Cnido

L’anfiteatro di Cnido

L’opera era collocata in un tempio di pianta circolare, che consentiva la visione completa della figura: un elemento innovativo che aumentava la fruizione estetica e cultuale. La fama dell’Afrodite Cnidia, amplificata da testimonianze letterarie di autori come Luciano di Samosata (120-180 d.C. ca) e Callimaco (310-235 a.C.), fece della città un luogo di pellegrinaggio artistico e religioso. La statua divenne anche strumento di autorappresentazione civica: la sua immagine comparve sulle monete cittadine, rafforzando l’associazione fra la divinità e la prosperità marittima di Cnido.

Numerosi aneddoti leggendari accompagnarono la ricezione dell’opera, compreso quello, riportato da Plinio, di un giovane che avrebbe tentato un atto sessuale con la statua, lasciandovi una macchia visibile. Al di là di questi racconti, la scultura segnò un passaggio fondamentale nell’evoluzione della rappresentazione del corpo femminile, aprendo la strada a imitazioni e reinterpretazioni in epoca ellenistica e romana.

Fra le copie più celebri si annoverano la Venere Colonna dei Musei Vaticani, la Farnese (Venere Callipigia) del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la Ludovisi dei Musei Capitolini a Roma e la Braschi di Monaco di Baviera. L’originale, trasferito a Costantinopoli nel V secolo d.C. e conservato nel Palazzo di Lauso, fu distrutto nell’incendio del 475. In età ellenistica, Cnido godette di prosperità e prestigio, anche per il ruolo attribuito, sebbene in parte leggendario, alla «Scuola medica cnidia», menzionata da fonti tardoantiche.

In epoca romana mantenne un certo grado di autonomia come «civitas libera» all’interno della Provincia d’Asia. Il declino, a partire dal III secolo d.C., fu determinato dal calo dei traffici commerciali e dalle incursioni piratesche. L’interesse per Cnido si riaccese in epoca moderna grazie ai viaggiatori e antiquari del XIX secolo, che descrissero il sito come uno dei più spettacolari della costa anatolica.

Le ricerche archeologiche, ancora in corso, hanno permesso di identificare strutture portuali, edifici pubblici e parti del tracciato viario, confermando la complessità di un impianto urbano concepito in stretta relazione con il paesaggio naturale. L’eccezionale bellezza del sito, con le rovine adagiate su terrazze panoramiche fra due porti naturali e il costante richiamo al mito dell’Afrodite di Prassitele, ne fa una delle più significative testimonianze della civiltà greca in Anatolia.

La città di Cnido

L’Afrodite Cnidia di Prassitele, nella copia romana oggi ai Musei Vaticani

Francesco Bandarin, 30 novembre 2025 | © Riproduzione riservata

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