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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliNata in Cina e cresciuta tra Padova e Milano, Anni Wu arriva al sistema dell’arte attraverso una formazione economica, con una specializzazione in management per l’arte. Il suo percorso si costruisce attraversando ambiti diversi -dalla comunicazione all’editoria, fino al mercato secondario- intrecciando analisi economica e pratica curatoriale. Dal lavoro editoriale alla lunga esperienza in Sotheby’s, dove si è occupata di valutazioni e aste online, il suo profilo prende forma all’interno di una conoscenza concreta e stratificata del mercato dell’arte.
Nel 2024 apre a Milano, in zona Porta Venezia, Limbo Contemporary: una galleria indipendente pensata come spazio aperto e sperimentale, con una forte vocazione internazionale e un’attenzione particolare ai temi dell’ecologia, della sperimentazione tecnologica e degli scenari postumani. A dodici mesi dall’apertura, l’abbiamo incontrata per riflettere su cosa significhi oggi avviare una giovane galleria e lavorare con un piede dentro e uno fuori dal sistema ufficiale.
Ha scelto di chiamare la galleria “Limbo”, un nome che sembra anche una dichiarazione di intenti.
Ho scelto il nome “Limbo” perché desideravo che lo spazio delle mostre fosse un luogo aperto, privo di confini rigidi, capace di accogliere chiunque si avvicini all’arte senza il peso di etichette precostituite. Il limbo è pensato come un non-luogo in cui il tempo si sospende: uno spazio in cui ciascuno può trovare il proprio ritmo e vivere l’esperienza dell’arte in modo libero, sia attraverso uno sguardo rapido sia attraverso una permanenza più meditata.
Che esperienza vuole offrire al suo pubblico?
Limbo nasce anche come una tabula rasa, un nuovo inizio nel mio percorso di gallerista. Fin dall’inizio ho sentito l’esigenza di lavorare su ciò che definisco ultracontemporaneo: non come categoria anagrafica o di mercato, ma come un modo di stare nel presente e confrontarsi con le sue urgenze. Vorrei che chi entra percepisse innanzitutto un senso di libertà - lo stesso che cerco quando guardo l’arte e che ritrovo negli artisti che ospito, spesso indipendenti o outsider, ma sempre capaci di aprire uno spazio di riflessione autentica.
Ha aperto Limbo Contemporary poco più di un anno fa, dopo un percorso molto vario. Che tipo di urgenza personale l’ha spinta a fare questo passo?
I cambiamenti più profondi nascono spesso da momenti di rottura. Il distacco dal mio precedente lavoro è stato complesso e in parte doloroso, ma necessario: mi ha costretta a interrogarmi con lucidità su ciò che desideravo davvero, soprattutto nel mio rapporto con l’arte.
Aprire una galleria è stato sempre un sogno, fin dall’adolescenza. Gli anni trascorsi in contesti più strutturati lo avevano messo in secondo piano, senza però cancellarlo. Intorno ai trent’anni, grazie a una riflessione più consapevole sul mio percorso, quella spinta si è riattivata in modo molto concreto.
Sentivo di aver maturato competenze sufficienti per avviare un progetto autonomo che rispecchiasse davvero il mio sguardo. Tutte le esperienze precedenti -dagli off-space curatoriali ai progetti editoriali indipendenti, fino al lavoro nel mondo delle aste- si sono rivelate fondamentali per imparare a orientarmi in un sistema complesso come quello dell’arte contemporanea.
Installation view con le opere di Leilei Wu, all'interno della mostra collettiva "Myths from Smoldering Skies", Limbo Contemporary, Milano.
Allargando lo sguardo al sistema dell’arte, cosa l’ha convinta che fosse il momento giusto per aprire una galleria di questo tipo?
L’apertura della galleria ha coinciso con una fase di forte instabilità, ma anche di trasformazione del sistema dell’arte. Milano stava attirando nuove realtà internazionali, mentre a livello globale il settore attraversava un momento complesso, con un modello economico sempre più sotto pressione.
Limbo è nato seguendo più un’intuizione che una lettura rassicurante dei dati. Il peso crescente delle fiere sta mettendo in difficoltà molte gallerie e il modello tradizionale non appare più pienamente sostenibile. Credo che solo stando all’interno del sistema sia possibile coglierne le fratture e, allo stesso tempo, immaginare alternative. La galleria nasce da questa consapevolezza e dal desiderio di sperimentare forme più flessibili di operare nel contemporaneo.
In passato, ha usato spesso la parola “ultracontemporaneo” per definire il focus della programmazione. Cosa significa, oggi, lavorare sull’ultracontemporaneo?
Il termine “ultracontemporaneo” viene spesso utilizzato in modo riduttivo, come se indicasse una fascia di mercato o una generazione anagrafica. Per me significa fare arte oggi: utilizzare strumenti, materiali e tecnologie del presente e confrontarsi con le urgenze del nostro tempo, dalla crisi ecologica alle tensioni sociali e culturali.
In questo senso, la galleria lavora sull’ultracontemporaneo insieme ad artisti emergenti e mid-career, cercando di esplorare le trasformazioni che definiscono il presente senza limitarsi a ripetere linguaggi già consolidati. Per esempio, nel primo anno di attività ho esposto più scultura che pittura: non per una mancanza di interesse verso quest’ultima, ma perché oggi la scultura sembra instaurare una relazione più diretta con materiali e tecnologie.
Quando si costruisce un roster, il rischio è quello dell’eclettismo o dell’autocopia. Quali sono i criteri davvero non negoziabili per un artista di Limbo?
Costruire un’identità di galleria è stata una delle sfide più importanti del primo anno. È stato fondamentale il confronto con la curatrice Zoe De Luca Legge, che mi ha affiancata nelle prime mostre e ha contribuito in modo decisivo a definire l’identità del progetto.
La costruzione di un roster implica un equilibrio costante tra visione personale e domanda di mercato. Ho lavorato partendo da una consapevolezza molto chiara di ciò che mi interessa, sapendo che alcune scelte -come l’attenzione alla scultura o a ricerche astratte- sono più complesse da collocare.
Tra le macro aree tematiche che attraversano il programma della galleria ci sono questioni legate all’ecologia, in particolare nelle sue declinazioni di dark ecology e post-human, e alla tecnologia. Allo stesso tempo cerco di non irrigidire il progetto entro etichette troppo schematiche, rimanendo aperta a ricerche diverse, purché radicate nel presente e non ancora sovraesposte.
Dopo questi primi mesi di attività, cosa ha capito con più chiarezza sul suo modo di lavorare?
È emerso quanto sia poco efficace adattarsi a un modello preesistente di ciò che una galleria “dovrebbe” essere. I modelli che abbiamo conosciuto stanno mostrando limiti evidenti, e mettere continuamente in discussione le modalità operative è diventato necessario.
Uno degli aspetti più critici riguarda la fruizione dello spazio. Dopo l’inaugurazione, la presenza in galleria tende a diminuire drasticamente e molte visite avvengono su appuntamento. Questo porta a interrogarsi sul ruolo dello spazio fisico oggi, soprattutto considerando i costi che comporta, in un sistema che è invece sempre più digitalizzato, frammentato.
Parallelamente stanno emergendo modelli alternativi: spazi domestici, condivisione di sedi, formule collaborative come Condo. Sto cercando di capire come far evolvere Limbo, trovando un equilibrio tra dimensione fisica e digitale, tra radicamento locale e mobilità, con un’attenzione costante alla sostenibilità.
Il tema dei modelli di business e della sostenibilità economica delle gallerie è ancora sorprendentemente poco affrontato. Parlando a chi sta valutando l’apertura di una galleria, cosa ritiene realistico aspettarsi nei primi 18 mesi?
Aprire una galleria richiede risorse economiche, competenze specifiche e tempi lunghi di maturazione. Le vendite, soprattutto all’inizio, non sono immediate: è necessario costruire un’identità riconoscibile e instaurare relazioni di fiducia con artisti, collezionisti e professionisti del settore.
Nei primi mesi la gestione dei costi è stata una delle principali criticità, motivo per cui ho scelto di lavorare il più possibile in autonomia. Dal punto di vista emotivo, il primo anno è stato segnato anche dalla costante paura del fallimento. Solo recentemente ho imparato ad accettare una certa dose di incertezza. Credo sia realistico aspettarsi soprattutto un lavoro di costruzione di credibilità e relazioni, più che risultati economici immediati.
Installation view della doppia mostra personale "Metal Memory" di Sophia Gatzkan e Aliona Ciobanu, Limbo Contemporary, Milano.
E poi ci sono i collezionisti. Attraverso le pratiche e i linguaggi che propone, che tipo di collezionismo sta intercettando -o sta cercando di costruire- oggi?
Proponendo artisti agli inizi del loro percorso e pratiche che riflettono sul nostro rapporto con le nuove tecnologie, una parte importante del lavoro consiste nell’accompagnare il pubblico verso linguaggi ancora poco familiari. È interessante osservare come persone anche molto lontane anagraficamente da questi linguaggi restino affascinate da pratiche considerate cutting edge, come le sculture realizzate con la stampa 3D. Uno degli obiettivi è rendere l’arte accessibile anche a chi non ha mai collezionato prima. Mi interessa costruire un collezionismo curioso, aperto al rischio e alla sperimentazione, capace di crescere nel tempo insieme agli artisti.
Pensando al contesto internazionale, quali esperienze le sembrano oggi davvero utili per ripensare il lavoro di gallerista?
Sono particolarmente interessata a realtà capaci di operare in modo fluido e su più livelli: sedi secondarie, progetti pop-up, collaborazioni temporanee, programmi di residenza.
Milano è già un contesto molto ricco. Ciò che sento di poter portare è soprattutto uno sguardo specifico: quello di una giovane donna di seconda generazione che lavora all’interno del sistema dell’arte con un piede dentro e uno fuori. Mi interessa costruire un dialogo tra artisti attivi in Europa e la scena milanese, più che replicare modelli esistenti.
Guardando ai prossimi 12 mesi, c’è un progetto che sente particolarmente rappresentativo di ciò che Limbo sta diventando?
Non so se esisterà mai un vero e proprio progetto “manifesto”. Se mai ci dovesse essere credo coinciderebbe paradossalmente con l’ultima mostra realizzata con Limbo. Probabilmente avrebbe a che fare con un ritorno alle origini, agli impulsi meno mediati che mi hanno spinta a diventare gallerista. Forse solo allora sarà davvero chiaro cosa è stato.
Installation view della mostra personale "Lo sguardo di Mercurio" di Francesco Ardini, Limbo Contemporary, Milano.
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