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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliNel padiglione firmato da Lotus L. Kang, presentato da Bvlgari alla 61ª Biennale Arte si diventa parte di un organismo poroso che assorbe umidità, luce, corpi, tempo, si entra in una condizione di perdita come stato continuo dell’esistenza e del presente, che evapora, si deposita, riaffiora, cambia forma.The face of desire is loss è una soglia dove desiderio e mancanza si sovrappongono, dove ogni desiderio incontra la sua dissoluzione. Ogni forma di esperienza del presente — individuale, politica, affettiva — diventa inseparabile da una forma di precarietà permanente, una risonanza quasi perfetta con il clima emotivo di una Biennale che ci parla continuamente di corpi attraversati dalla storia, di identità instabili, di comunità vulnerabili, di geografie spezzate, ma che non sempre riesce a farlo senza cadere nel linguaggio illustrativo o nella retorica curatoriale. Kang lavora per sottrazione. Non spiega. Non denuncia. Non costruisce allegorie didascaliche. Produce materia sensibile, andando all’origine della visione stessa.
Le grandi membrane sospese che attraversano il padiglione — pellicole fotografiche non fissate, ancora chimicamente vive — sembrano lembi di pelle, superfici epidermiche, ma sono, soprattutto, immagini prima dell’immagine: instabili, vulnerabili, in divenire. La pellicola continuerà a reagire all’ambiente per tutta la durata della Biennale: luce, umidità, temperatura alterano lentamente colori e densità. L’opera non è conclusa, è un corpo che invecchia con noi, davanti a noi. In filigrana riaffiora anche la lezione di László Moholy-Nagy e delle avanguardie che hanno pensato la fotografia non come strumento di rappresentazione ma come campo energetico, esposizione materiale alla luce, trasformazione fisica della visione. Ma dove Moholy-Nagy guardava alla modernità come possibilità emancipatrice, Kang ne raccoglie la parte fragile e terminale: la luce non produce più futuro, consuma lentamente le immagini.
In un’epoca dominata dalla fissazione compulsiva dell’immagine — archiviata, condivisa, ottimizzata, resa eterna artificialmente — Kang reintroduce il rischio della trasformazione e, soprattutto, la sua deperibilità. Tutto è soggetto al tempo. Anche il linguaggio formale dell’installazione rifiuta ogni idea di stabilità. Nulla è davvero verticale o orizzontale. Le superfici si piegano, si incurvano, pendono dolcemente verso il pavimento. Le strutture metalliche ricordano insieme impalcature industriali e apparati scheletrici. I materiali oscillano: silicone pigmentato, bronzo, pellicola 35mm, plexiglass specchiante, alghe fuse, tatami, nylon, cavi aeronautici. È come se il corpo umano si fosse disperso nello spazio sotto forma di residui, membrane, fluidi, supporti. Il lavoro, però, non è mai “biologico”, né cade nella facile estetica post-organica, così diffusa nell’arte contemporanea degli ultimi anni. Kang mantiene una dimensione quasi rituale. Le quarantanove bottiglie distribuite lungo il perimetro rimandano ai 49 giorni in cui, nella tradizione buddhista, l’anima permane in una zona intermedia tra morte e rinascita. E l’intera installazione sembra effettivamente abitare nella soglia in cui ci accoglie: non vita/non morte, non immagine/non astrazione, non architettura/non corpo. Le vetrate, gli specchi, le trasparenze producono continui slittamenti tra interno ed esterno. I visitatori appaiono e scompaiono nelle superfici riflettenti come fantasmi temporanei che entrano, insieme al cielo di Venezia, sotto forma di luce liquida e di umidità.
Lotus L. Kang ci parla del presente senza illustrarlo direttamente. Non ci sono immagini di guerra, trauma, migrazione, crisi climatica, eppure tutto il lavoro è attraversato da una sensazione di fragilità sistemica. Le pellicole pendono come tende dopo una catastrofe invisibile. I colori —violacei lividi, ruggine — evocano corpo e decomposizione industriale. Il lavoro di Kang costringe chi attraversa lo spazio a rallentare il proprio sistema percettivo, a muoversi con cautela tra superfici che assorbono luce e restituiscono ombre, a convivere con qualcosa che non si lascia mai afferrare completamente, la condizione umana non è la ricerca di un’identità stabile, ma un attraversamento continuo e silenzioso.
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