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Un fotogramma di «E.1027. Eileen Grey e la casa sul mare» di Beatrice Minger e Christoph Schaub

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Un fotogramma di «E.1027. Eileen Grey e la casa sul mare» di Beatrice Minger e Christoph Schaub

Eileen Grey e la casa come estensione dell’uomo

Nel film «E.1027» di Beatrice Minger e Christoph Schaub, in uscita il 12 marzo, la dimora sul mare della Costa Azzurra progettata dall’architetta, designer e artista  irlandese alla fine degli anni Venti è la sintesi più compiuta del suo pensiero: un ambiente fluido, calibrato sul corpo umano, che interroga il presente

Germano D’Acquisto

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Una casa può essere un rifugio, un esperimento, oppure un campo di battaglia silenzioso. Nel caso di Eileen Gray (1878-1976) è stata tutte e tre le cose insieme. La storia che ruota attorno a E.1027, la villa modernista costruita alla fine degli anni Venti sulla costa di Roquebrune-Cap-Martin, torna oggi al centro dell’attenzione grazie a «E.1027. Eileen Gray e la casa sul mare», il film di Beatrice Minger e Christoph Schaub in uscita il 12 marzo 2026. Più che una semplice ricostruzione, il film riaccende una vicenda che continua a interrogare il rapporto tra creatività, autonomia e potere.

Eileen Gray costruisce quella casa per sé, insieme al compagno Jean Badovici, e già questo basterebbe a renderla un gesto radicale. Il film insiste su questa dimensione privata, quasi domestica, mostrando come E.1027 non nasca come manifesto ma come luogo da abitare. Una maison con grandi aperture verso il Mediterraneo e interni progettati nei minimi dettagli: qui architettura e design diventano una cosa sola, perché Gray non concepisce mai il progetto come somma di parti, ma come organismo unitario. Dal guardaroba agli sgabelli, dai tappeti agli specchi, tutto partecipa a quella che potremmo definire una vera «opera d’arte in tutto».

Questa visione totale, che nel film emerge come filo rosso della sua ricerca, negli anni Venti aveva qualcosa di visionario. Joseph Rykwert parlava di un intervento complessivo sull’ambiente capace di anticipare sensibilità future. Per Gray, però, non era una questione teorica: il progetto doveva rispondere ai bisogni concreti della vita. «L’arte non è solo l’espressione di relazioni astratte, deve anche incapsulare i bisogni più intimi della vita soggettiva», scriveva; e il film restituisce bene questa tensione tra forma e esperienza.

Il percorso che la porta a E.1027 è tutt’altro che lineare. Nata nel 1878 a Enniscorthy, in Irlanda, studia alla Slade School of Fine Art, poi si divide tra Londra e Parigi. Il film attraversa questi passaggi con ritmo ellittico, suggerendo come il suo sguardo si sia formato in un continuo dialogo tra discipline. Negli anni Venti progetta arredi iconici, apre la galleria Jean Désert e realizza interni sofisticati che la collocano nel cuore del dibattito modernista.

Con Badovici entra in contatto diretto con il mondo dell’architettura, mantenendo però una posizione autonoma. E.1027 diventa così la sintesi più compiuta del suo pensiero: un luogo dove la luce riflessa dalle superfici, le pareti mobili e i mobili integrati creano un ambiente fluido, calibrato sul corpo umano. «Una casa non è una macchina da abitare, è il guscio di un uomo, la sua estensione, la sua liberazione», scrive Gray nel 1929. Nel film questa frase risuona come una dichiarazione poetica ma anche programmatica, capace di rovesciare la retorica funzionalista dominante.

La storia della villa, però, è segnata da un episodio che il film mette al centro con discrezione ma decisione. Quando Le Corbusier scopre la casa ne resta affascinato, costruisce il suo cabanon poco distante e nel 1939 realizza senza il consenso di Gray una serie di murales sulle pareti candide della villa. L’architetta interpreta il gesto come un atto di vandalismo, una violazione del senso stesso della casa. Il film non cerca il giudizio, ma lascia emergere la tensione: tra ammirazione e appropriazione, tra dialogo e dominio.

Dopo quell’episodio Gray si allontana progressivamente dall’ambiente parigino e si ritira a Tempe à Pailla, altra casa progettata per sé, continuando a lavorare in modo appartato. Anche qui il film suggerisce più che spiegare, mostrando come la sua ricerca si faccia sempre più intima, quasi silenziosa. Per decenni il suo nome resta ai margini della storiografia ufficiale, finché negli anni Settanta una lenta riscoperta, tra aste, mostre e studi, riporta alla luce la sua opera.

Oggi la figura di Eileen Gray appare sorprendentemente contemporanea, e il film contribuisce a renderne visibile la complessità. Non solo per l’eleganza delle sue architetture, ma per l’idea di progetto come gesto relazionale, capace di connettere spazio e vita quotidiana

La vicenda di E.1027, così come emerge anche dal racconto cinematografico, continua quindi a parlarci di una questione ancora aperta: chi scrive davvero la storia dell’architettura e in che modo le opere cambiano significato nel tempo. Gray, con la sua discrezione ostinata, sembra ricordarci che a volte la rivoluzione più profonda non è quella che si impone, ma quella che resiste.

A questo rinnovato sguardo contribuisce anche il volume Eileen Gray. Una biografia illustrata (88 pp., ill. marinonibooks, Roma 2026, € 40), con testi di Gisella Bassanini e Giovanna Canzi e illustrazioni di Beppe Giacobbe, che in poche pagine accompagna idealmente il film.

Se oggi torniamo a parlare di Eileen Gray è forse perché la sua casa, e la storia che la circonda, sono ancora un modo per interrogare il presente, e per ricordare che lo spazio in cui viviamo è sempre, in fondo, una forma di racconto.

Germano D’Acquisto, 08 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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