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Matteo Gardonio

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Matteo Gardonio

Essere art collection manager: parola a Matteo Gardonio

Nel suo nuovo incarico presso Art Defender, l’abbiamo intervistato: ridefinisce il proprio ruolo tra attribuzioni, stime differenziate, regia super partes tra studio, mercato e tutela delle opere

Elena Correggia

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Storico dell’arte con una specializzazione fra XIX e inizio XX secolo, si definisce un «accademico felicemente imprestato al mercato». Matteo Gardonio, classe 1979, è il nuovo art collection manager di Art Defender. «Il Giornale dell’Arte» lo ha incontrato per conoscere meglio la sua professione e il suo ruolo all’interno della società.

Dottor Gardonio, quali sono i principali compiti dell’art collection manager e quali le differenze rispetto all’art advisor?
L’art collection manager è una figura poliedrica che svolge svariate attività per la gestione e valorizzazione di una collezione, sia essa di proprietà di un’azienda, come una banca o un’assicurazione, oppure di un privato. Gli aspetti sono molteplici: dalla schedatura e verifica di attribuzione delle opere alla loro valutazione economica iniziale e periodica. È essenziale saper poi distinguere il valore nominale di un’opera da quello di mercato e dalla stima ai fini assicurativi, che rispondono a logiche diverse. Posso dire che l’art advisory, quindi il supporto allo scopo di una vendita o di un acquisto, è solo una parte dell’attività dell’art collection manager, che contempla più ampi compiti finalizzati anche alla conservazione, al deposito e al trasporto di quanto compone la collezione. 

Qual è stato il suo percorso formativo e quali le sue precedenti esperienze professionali?
Dopo il dottorato in storia dell’arte contemporanea all’Università di Trieste con una tesi sugli scultori italiani alle Esposizioni universali di Parigi (1855-89), mi sono dedicato all’insegnamento. Ho poi lavorato alla schedatura di opere alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ho curato la catalogazione della collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste e sono stato responsabile del Centro Studi del Vetro alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Milano mi ha quindi chiamato per occuparmi del mercato, quello che alcuni addetti ai lavori chiamano «il lato oscuro della forza». In realtà l’attività da studioso e quella economica non sono inconciliabili, anzi, non mi sono mai precluso nuove esperienze che potessero arricchire il percorso professionale. A Milano sono stato direttore del dipartimento di pittura e scultura del XIX-XX secolo per la casa d’aste Il Ponte e, successivamente, capo dipartimento di arte figurativa per lo stesso periodo storico presso Finarte.

Perché a suo avviso Art Defender ha scelto lei per ricoprire l’incarico di art collection manager?
Penso che un mio punto di forza sia stato l’aver sempre assunto una posizione da consulente, mai da promotore di parte, anche quando partecipavo al mercato, talvolta dissuadendo persino il cliente dall’acquisto. Come art collection manager cerco sempre di essere oggettivo e di comprendere i diversi punti di vista: del collezionista, del mercante, dell’artista, rimanendo lucido rispetto al contesto e agli interlocutori, il tutto con sano realismo. E non a caso potrei dire che proprio Gustave Courbet, il padre dei realisti, è il mio pittore preferito (sorride, Ndr).

Quali sono quindi gli aspetti del lavoro in Art Defender che apprezza maggiormente?
Si tratta di un’azienda solida, il cui core business è incentrato sull’attività di deposito, custodia e trasporto di varie tipologie di opere d’arte e beni da collezione. Il mio ingresso in azienda coincide con l’esigenza emersa di rendere più sistematica e strutturata l’attività di consulenza e supporto nella gestione delle opere dei clienti con una particolare attenzione al mercato. Ciò che mi piace più di tutto è che Art Defender ha una posizione super partes proprio rispetto al mercato. Io stesso sono chiamato non ad agire come un attore del mercato ma a coinvolgere di volta in volta le figure che possono fornire il supporto adatto per un’expertise o un consiglio al cliente. È un’attività stimolante: entro in contatto con archivi, fondazioni, collaboro con specialisti di case d’asta ma anche con altri storici dell’arte, con periti e figure legate al mondo delle assicurazioni. Sono tutti vasi comunicanti e io mi trovo nel mezzo per il coordinamento partecipando a un apprendimento e a uno scambio continui. 

Il XIX secolo sembra attraversare un ritorno d’interesse, anche da parte dei collezionisti. Quali sono i nomi e i movimenti che si stanno riscoprendo maggiormente?
Il Divisionismo sta vivendo una fase notevole, anche con i comprimari, penso ad esempio a Carlo Fornara. La mostra di Pellizza da Volpedo da poco conclusa alla GAM-Galleria d’Arte Moderna di Milano e le mostre organizzate al Castello di Novara sono state premiate dai visitatori. Si tratta di iniziative che hanno il merito di ridare vitalità al settore e la visibilità si riflette positivamente anche sul mercato di questi autori. Fra le tematiche sempre molto amate dal collezionismo ci sono poi l’Orientalismo e Venezia, con l’eterno fascino delle sue vedute lagunari. 

Altri nomi e periodi da tenere d’occhio?
Direi il primo Novecento, con autori in fase di riscoperta che ruotano intorno al mondo del Realismo magico, del Ritorno all’ordine e dell’universo amato da Margherita Sarfatti. Penso ad esempio a Gian Emilio Malerba, ma anche a Cesare Maggi, eccellente come pittore di paesaggi montani, oppure a Giuseppe Biasi da Teulada, pittore sardo raro ma dalla forza evidente, vicina a Goya. C’è poi il tema delle figure femminili come Tamara de Lempicka e la scultrice Camille Claudel.

Quanto conta il rapporto con il collezionista in questo lavoro?
È fondamentale e richiede di essere alimentato da un confronto continuo, dalla formazione. Per evitare che il cliente scelga un’opera solo per un effetto moda è necessario dare all’arte il tempo giusto perché si sedimenti e possa essere assorbita. Il mio compito è proprio quello di indirizzare e far capire se e dove oltre al nome, o al di là del nome, ci sono una ricerca valida e un pensiero che merita di essere studiato, seguito, proponendo anche alternative di acquisto. 

Elena Correggia, 30 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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