Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Michela Moro
Leggi i suoi articoliDifficile fissare Fabrizio Cotognini (Macerata, 1983) in una categoria: il suo lavoro spazia tra tecniche e mondi, attraversa la storia, l’architettura, il teatro, l’alchimia è una passione, la ricerca è instancabile, sperimenta materiali e processi di produzione, le opere sono bidimensionali, ma anche sculture. Forse il vero punto fisso è il disegno: è collezionista di incisioni antiche sulle quali interviene, trasformandole in libri d’artista e diari di lavoro.
Cotognini atterra ora da Building, con «Transitum» (dal 3 aprile al 5 luglio), prima mostra personale, un percorso articolato in capitoli che si intrecciano nell’intera galleria in una rete di connessioni che collega le novanta opere esposte. Sono appunto microfusioni, sculture, installazioni e disegni, in cui la mitologia e l’epica si mescolano alla contemporaneità, producendo immagini senza tempo, forse atemporali.
I titoli delle opere evocano mondi lontani, teorie filosofiche, ma cambiano significato quando si guardano le opere corrispondenti. «Hybridatio Mundi», 2011, è una microfusione in bronzo e marmo verde, ma l’uccellino ha due teste; «Nikola Tesla» dalla serie «Distopie», 2024, matita, inchiostro, biacca e acquerello su incisione originale del XVIII secolo, parla dell’ingegnere americano, ma con il logo dell’auto su una mappa fortificata; «L’Androgino» e il «Doppio #6», 2024, biacca, inchiostro bianco e foglia d’oro 24 ct su carta francese nera, ci riportano al Medioevo, mentre «Rosae», 2024, inchiostro, matita, pastello, mylar su incisione originale del XVIII secolo, è tutto fuorché una delicata presenza nella natura. «The Song of the Stars - John Dee» dalla serie «Mappe Celesti», 2025, biacca, pantone, acquarello, inchiostro ci parla dell’alchimista di Elisabetta I, uno degli uomini più colti dell’Inghilterra elisabettiana, ma per i suoi detrattori dedito all’occultismo e all’astrologia.
Certamente ha ragione la curatrice Marina Dacci: «Il titolo della mostra diviene metafora della postura dello stesso artista orientato a una ricerca continua. “Transitum” racconta un potenziale infinito sia della materia sia della natura umana: la natura in rapporto all’uomo si affaccia prepotentemente in tutta la mostra, letteralmente a volo d’uccello». L’esuberante Cotognini si espande in un secondo spazio espositivo, nella Galleria Moshe Tabibnia, dove come un Merlino contemporaneo introduce il visitatore alle molteplici visioni del cigno, inteso come mitologica immagine che ha attraversato i secoli, i miti e anche le fiabe.

Fabrizio Cotognini, «Hybridatio Mundi», 2011