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Francesco Cima, il sole come soglia: la sua pittura del limite, a Roma

Con «Osteria del Sole», sua prima personale romana, l’artista rilegge il paesaggio alla luce del culto del «Sol Invictus», tra memoria romantica e tensione percettiva

Ludovica Zecchini

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L'orizzonte non conosce alba né tramonto nelle tele di Francesco Cima, ma diventa una linea sospesa in cui il tempo sembra contrarsi fino a coincidere con la durata stessa dello sguardo. Una soglia percettiva da cui prende avvio «Osteria del Sole», la mostra in scena fino al 20 luglio negli spazi della galleria Amanita, quarta personale dell’artista e prima a Roma.

Nato a Pietrasanta nel 1990 e laureato in arti visive nel 2019 all’Accademia di Belle Arti, città in cui vive e lavora, Cima sviluppa una pittura che si distingue per la capacità di mettere in relazione dimensioni spaziali e temporali distanti, costruendo paesaggi che si configurano come territori mentali, più che come vedute. In queste immagini, definite da pennellate sottili e leggere, la luce, spesso crepuscolare, agisce come elemento strutturante e risonanza emotiva, evocando una sensibilità profondamente legata al Romanticismo.

Non è un caso che il nucleo concettuale della mostra trovi origine nel culto del Sol Invictus, istituito nel III secolo d.C. dall’imperatore Aureliano, quando il sole, celebrato al termine dei Saturnali, diventava simbolo di rinascita e di vittoria della luce sull’oscurità. È a partire da questa stratificazione simbolica che Cima costruisce il proprio immaginario, restituendo al sole una propria entità autonoma. Nei dipinti, infatti, una pluralità di soli domina l’orizzonte, annullando ogni distinzione tra alba e tramonto e sospendendo il fluire delle stagioni in una temporalità simultanea, in cui passato, presente e futuro convivono.

Tale sospensione si riflette nella costruzione stessa dell’immagine, organizzata secondo una composizione circolare che trattiene lo sguardo entro i limiti della tela. Se nelle opere precedenti il confine era affidato a elementi naturali (tronchi, rilievi, pendii) qui è il cielo a imporsi come limite ultimo e insieme come interlocutore diretto. La centralità frontale del sole accentua questa relazione, trasformando la visione in un confronto percettivo che conduce la ricerca di Cima verso una vera e propria “pittura del limite”, fondata sulla consapevolezza dei confini sensoriali dell’osservatore.

Seguendo involontariamente le orme di Turner, Monet, Van Gogh, Pissarro, Vallotton e molti altri, Cima dà la sua interpretazione del sole trattandolo secondo la sua verità prospettica: un piccolo punto di pura luce, incandescente e fuggevole. L'istantaneità dell'immagine viene simulata efficacemente grazie all'inserimento di flare (difetti ottici che si verificano in determinate condizioni di luce) e aberrazioni cromatiche. Questi ultimi effetti donano al sole il suo calore e contribuiscono ad avvicinarlo all'osservatore, arrivando a personificarlo in una presenza amorevole e fraterna.

A questa dimensione visiva corrisponde un processo esecutivo che tiene insieme casualità e controllo. Le opere nascono da macchie e colature spontanee su fondi chiari, da cui la rappresentazione emerge progressivamente come da un caos originario. In una fase successiva, Cima interviene incidendo la superficie con strumenti affilati, graffiando il colore per riportare alla luce gli strati sottostanti e definire i dettagli, per poi articolare la composizione attraverso un lavoro minuzioso di relazione tra gli elementi naturali. L’immagine si compie infine con una tamponatura scura e con il posizionamento delle ultime luci, che ne intensificano la brillantezza e la profondità.

Il titolo «Osteria del Sole» introduce infine una dimensione simbolica che attraversa l’intero progetto, evocando un luogo di ristoro e familiarità, uno spazio in cui il viandante può sostare dopo un percorso solitario.

Ludovica Zecchini, 30 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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