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Daria Berro
Leggi i suoi articoliNel Día de los Muertos, Frida (Kahlo) e Diego (Rivera), novelli Orfeo ed Euridice, si ricongiungono brevemente, per poi dare un «adiós» definitivo al mondo dei vivi. È una rivisitazione del mito e al tempo stesso un ritratto nello stile del realismo magico in cui i due artisti riflettono sul loro intenso rapporto tra di loro e con la loro arte l’opera in due atti «El último sueño de Frida y Diego», su libretto del drammaturgo vincitore del Premio Pulitzer Nilo Cruz, con cui la compositrice americana Gabriela Lena Frank debutta il 14 maggio (fino al 5 giugno) al Metropolitan Opera di New York, diretta da Yannick Nézet-Séguin e con le coreografie di Deborah Colker, in un allestimento ispirato ai dipinti dei due artisti messicani.
Il mitico cantore tracio e la sfortunata ninfa sua sposa vestono qui i coloratissimi abiti della coppia di pittori per rivivere il loro tempestoso amore, sempre in bilico tra passione e dolore, attraversato per quasi quarant’anni da potenti litigi e tradimenti (reciproci). Frida, la mezzosoprano Isabel Leonard, lascia gli inferi il 2 novembre 1957. È morta da tre anni e Diego, interpretato dal baritono Carlos Álvarez, ancora non sa che la sua fine è prossima (se ne andrà il 24 novembre). A Mictlán, l’aldilà azteco, La Catrina, Custode dei Morti, chiede alla pittrice di risorgere per tornare a trovare il morente Diego e accompagnarlo nel suo viaggio agli inferi. Ma Frida, che nella morte ha trovato la liberazione sia da una relazione tormentata sia dal dolore fisico, dubita, tentenna, resiste, preferendo il suo attuale rifugio oscuro e silenzioso. Alla fine capitola e decide di tornare nel mondo dei vivi. È La Catrina a ricordarle quali sono le condizioni: la visita dura solo 24 ore e non si devono toccare i vivi («Una carezza può costarti il ricordo del dolore», la ammonisce). Nel mondo dei vivi Diego è un pittore privo d’ispirazione, Frida è felice di non provare dolore. Nell’amata Casa Azul si confronta con le realtà della sua vita passata e i limiti del suo ritorno. Cerca di dipingere, ma, non avendo più un riflesso nel mondo fisico, non riesce a evocare il suo soggetto principale: la propria immagine. Da soli, i due riconoscono di non poter vivere per sempre in un mondo onirico fatto d’arte. Con l’ultima speranza di stare per sempre con Frida, Diego supplica gli dèi degli inferi di richiamarlo insieme a lei. Sarà accontentato.
Il sogno inizia al MoMA
«El último sueño de Frida y Diego» segna un’inedita collaborazione tra la Met Opera e il MoMA, il Museum of Modern Art, dove il 21 marzo, fino al 12 settembre, apre al pubblico «Frida and Diego: The Last Dream», curata da Beverly Adams. Nel percorso espositivo sono allestite le opere principali di Kahlo (1907-54) e Rivera (1886-1957) presenti nella collezione del MoMA, insieme a una piccola selezione di prestiti, allestiti in un ambiente teatrale affidato a Jon Bausor, scenografo e co-costumista dell’opera.
Tra le circa quaranta opere in mostra figurano sei dipinti e un disegno di Kahlo e una ventina di lavori di Rivera, perlopiù bozzetti per i costumi del balletto «H.P. (Horsepower)» e per la sua scenografia, oltre a un grande murale del 1931 in cui ritrae il leader rivoluzionario Emiliano Zapata. Di Frida sono allestiti «Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti» (1932), «I miei nonni, i miei genitori ed io» (1937), una reinterpretazione di un albero genealogico, nonché «Io e Fulang-Chang» (1937), «Ritratto con i capelli corti» (1940), «Il cervo ferito» (1946) e «Albero della speranza, resta forte» (1946). Entrambi gli artisti compaiono poi nei ritratti fotografici di Edward Weston, Imogen Cunningham, Lola Álvarez Bravo e Leo Matiz.
E se non fosse abbastanza, Frida e Diego saranno anche i protagonisti di una serie Netflix. Ispirata (anche) anche al romanzo Rien n’est noir della francese Claire Berest, e diretta da Patricia Riggen e Gabriel Ripstein, verterà non solo sul loro tumultuoso legame sentimentale ma anche il contesto artistico e politico che ne ha influenzato vite e opere.
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