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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoli«La Biennale funziona come una macchina egemonica di omogeneizzazione culturale e come un apparato istituzionale che organizza immagini e discorsi in spettacolo». Detto questo, volete la margherita o la quattro stagioni? Nel pieno di una Hong Kong Art Week dominata da fiere, opening e grandi istituzioni, sorprende che uno dei discorsi più taglienti riguardi la Biennale di Venezia, e che si svolga in pizzeria.
Dal 21 al 29 marzo, Jacomax - un locale di Kowloon dall'interno saturo di schermi, a metà strada tra ristorante e club - ospita Ve(ry)nice, mostra-pop-up che riunisce quindici artisti locali in una riflessione volutamente obliqua sul «modello Venezia». Il gioco di parole nel titolo dice già tutto dell'operazione: Venezia è «very nice», fin troppo, e questo inizia a essere un problema.
L'operazione arriva in un momento delicato. Dal 2013 al 2024 la partecipazione di Hong Kong agli eventi collaterali della Biennale è stata organizzata da M+ - il museo di arte visiva contemporanea di West Kowloon - insieme all'Hong Kong Arts Development Council. Negli ultimi anni, sei mostre personali consecutive hanno consolidato un modello curatoriale che ha contribuito a portare artisti come Trevor Yeung, Lee Kit, Isaac Chong Wai, Angela Su sulla scena internazionale.
Mimmy Tjia, The (Rats) (2026). Exhibition view: Ve(ry)nice, Jacomax Pizzeria, Hong Kong (21–29 March 2026). Courtesy Jacomax Pizzeria. Photo: Pak Chai.
Poi, lo scorso anno, il consiglio ha trasferito la responsabilità del padiglione all'Hong Kong Museum of Art, consegnando per la prima volta a un'istituzione governativa la guida. Le modifiche proposte - dal formato della personale a mostre collettive, dalle commissioni ai bandi aperti, dall'eliminazione della figura del curatore dedicato - hanno suscitato preoccupazioni sulla capacità del padiglione di sostenere progetti competitivi e di rilevanza internazionale. Il punto, per molti, non è tanto chi organizza, ma il tipo di padiglione che potrebbe uscirne. La rivista Ocula racconta che, alla notizia di questa transizione, diversi artisti si sono sentiti spaesati. Wong Ka Ying, co-curatrice di Ve(ry)nice insieme a Mak2 e Wu Jiaru, parla apertamente di un clima confuso, da cui sarebbe poi nato il progetto di mostra.
Ve(ry)nice non è il tentativo di sostituire un padiglione ufficiale a casa propria, semmai prende di mira il «modello Venezia» in quanto macchina di selezione, presentazione e legittimazione sistemica, con riflessi concreti sul valore, sul mercato e sulle carriere artistiche. Nel comunicato stampa riportato sempre da Ocula, i tre curatori scrivono che la Biennale rischia di diventare «un meccanismo attraverso il quale il potere culturale si accumula e si concentra senza un adeguato contrappeso», e che gli spettatori finiscono per essere «anestetizzati da un'estetica visiva impeccabile, dalla promozione commerciale, dal consumo di intrattenimento e dalle esigenze del branding cittadino».
Il programma di mostra riunisce opere video, installazioni, stampe e lavori generati con l'intelligenza artificiale che indagano «Venezia» come marchio di legittimità culturale. I panorami ultra-grandangolari di Ariel Lau reinterpretano il paesaggio fluviale di Tai O punteggiato di vaporetti; i piccioni di bambù di Mimmy Tjia trasformano uno degli abitanti più noti della laguna in «cacciatori di pizza»; Lining allestisce una postazione di tatuaggi temporanei a tema meduse.
Lo Lai Lai Natalie, Bella, Ciao Bella (2026). Exhibition view: Ve(ry)nice, Jacomax Pizzeria, Hong Kong (21–29 March 2026). Courtesy Jacomax Pizzeria. Photo: Pak Chai.
Il risultato non assomiglia affatto a una denuncia frontale. Piuttosto, la polemica prende la forma di una serie di slittamenti ironici che svitano dall’interno il linguaggio del grande evento internazionale, attraverso registri immediati che ricordano quelli della cultura meme. Wong ha spiegato a Ocula che il progetto nasce interamente dall'entusiasmo degli artisti e va inteso come «promemoria del fatto che fare arte a Hong Kong non deve essere sempre una cosa seria o finalizzata alla carriera», in un momento in cui gli altri spazi della Art Week - fiere, istituzioni - sono, nelle sue parole, «dedicati ai rituali di carriera».
Ma la questione va ben oltre Hong Kong. Ve(ry)nice tocca un nervo scoperto che attraversa molte delle polemiche emerse attorno alle ultime biennali, e lo fa ancora prima che quella di quest’anno apra: la distanza tra una scena artistica viva, contraddittoria e stratificata e il formato semplificato attraverso cui quella scena viene presentata all’estero. La domanda allora non è soltanto chi venga scelto per rappresentarla, né quale punto di vista venga adottato, ma che cosa si perda nel corso della traduzione, specialmente in un dispositivo espositivo altamente codificato e amministrato.
In ogni caso, di Venezia si discute meglio con la bocca piena.
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