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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliPiegare, comprimere, trasformare. Insistere sulla materia fino a farle perdere memoria. Nello spazio urbano, tutto è progettato per guidare, delimitare, regolare. I guardrail tracciano traiettorie, le barriere separano, i dissuasori impongono distanza. Non sono solo oggetti: sono istruzioni. Codici incorporati nel paesaggio, dispositivi che strutturano in modo silenzioso ma continuo l’esperienza fisica della città. Li attraversiamo senza vederli davvero. Li usiamo senza interrogarli. È proprio in questo automatismo che interviene Bettina Pousttchi. Il suo gesto è netto. Sposta, altera, forza.
I materiali restano gli stessi, riconoscibili. Ma qualcosa si incrina. La funzione si allenta, il senso slitta. Il guardrail non protegge più, non indirizza più: si espone. Diventa forma. Diventa ritmo, ripetizione, tensione visiva. E soprattutto diventa possibilità. Possibilità di leggere diversamente ciò che sembrava già deciso. «Vertical Highways V03» nasce da questa frattura controllata. Una scultura monumentale costruita a partire da elementi infrastrutturali reali, riorganizzati in una nuova composizione che ne sospende l’uso e ne amplifica la presenza. Non più margine della strada, ma centro dello sguardo.
Installata ai Channel Gardens del Rockefeller Center, lungo l’asse che collega la Fifth Avenue alla pista del Rink, l’opera si inserisce in un flusso continuo di corpi, sguardi, attraversamenti. Non è isolata. È immersa. E proprio per questo funziona come interferenza: introduce una deviazione percettiva in uno spazio altamente codificato. La presentazione segna un passaggio chiave: è la prima volta che una scultura della serie «Vertical Highways» viene mostrata al pubblico negli Stati Uniti, dopo le tappe a Parigi, Berlino e Istanbul. In questo contesto, la scala monumentale dell’intervento dialoga direttamente con l’architettura circostante e con la memoria urbana di New York, attivando un confronto esplicito tra arte e infrastruttura.
La curatela si innesta nella storica vocazione del Rockefeller Center come luogo di arte pubblica. Un progetto avviato quasi un secolo fa e progressivamente ampliato, pensato come spazio aperto in cui l’arte è accessibile, quotidiana, integrata nella vita della città. Qui, opere permanenti e installazioni temporanee convivono, costruendo una stratificazione visiva e culturale che accompagna il passaggio dei visitatori. In questo quadro, il lavoro di Pousttchi si inserisce con precisione. Non decora o accompagna. Interroga. Trasformando oggetti funzionali in elementi scultorei, l’artista non si limita a modificarne la forma: ne sospende il significato, li sottrae al loro ruolo regolativo e li riattiva come segni aperti. Segni di cambiamento, di fluidità, di confini instabili. È in questa perdita controllata e intenzionale che si apre lo spazio di un nuovo senso. Dove, finalmente, lo sguardo ora si ferma.
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