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Margaret Whyte, «Tiempo de escuchar», 2024

Foto: Pablo Bielli. © Pablo Bielli. Courtesy dell’artista

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Margaret Whyte, «Tiempo de escuchar», 2024

Foto: Pablo Bielli. © Pablo Bielli. Courtesy dell’artista

Il Padiglione dell’Uruguay alla Biennale Arte 2026: l’«antifragile» di Margaret Whyte

Per il suo progetto ai Giardini l’artista uruguaiana si è ispirata all’accezione di «antifragile» dell’economista Nassim Taleb per descrivere sistemi che si rafforzano quando sono esposti al disordine e all’incertezza

Matteo Bergamini

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«È difficile anticipare il progetto, in particolare per il modo di lavorare che caratterizza Margaret Whyte. Sebbene esista una fase preliminare rigorosamente elaborata, curata nei minimi dettagli e concettualmente chiusa, le sue installazioni si definiscono per una notevole porosità rispetto allo spazio e ai contesti in cui si inseriscono. Questa apertura, che trovo sempre particolarmente stimolante nel lavoro comune, introduce qui un margine inevitabile di indeterminatezza. In questo senso, cercheremo di mantenere lo sviluppo il più vicino possibile alla proposta presentata per la Biennale; ma è un orientamento più che una garanzia»: Patricia Bentancur, curatrice per il Padiglione dell’Uruguay alla prossima Biennale di Venezia (9 maggio-22 novembre), ci anticipa così il progetto «Antifragil» dell’artista Margaret Whyte (1940, vive e lavora a Montevideo), invitata a rappresentare il Paese latino sotto il punto di vista delle «Minor Keys».

Membro della Fundación de Arte Contemporáneo (Fac) fin dalla sua fondazione, la poetica di Whyte, «un’artista che lavora nel suo atelier tutti i giorni, in modo costante, da sempre concentrata sulla produzione della sua opera e sulla sua formazione teorica, più che alla promozione della propria carriera», ricorda Bentancur, riunisce elementi provenienti da sistemi differenti, consentendo loro di influenzarsi e trasformarsi reciprocamente: tessuti e oggetti tecnologici obsoleti, caschi da motocicletta e frammenti di detriti che vengono connessi suggerendo anche una modalità di pensiero politico. «I materiali con cui lavoro sono carichi di storie di uso, affetto e esaurimento. Quando entrano in dialogo con resti industriali e tecnologici rivelano un’altra forma di resistenza che è data dall’antifragilità, contrapposta alla fragilità propria dell’essere umano contemporaneo e alle sue difficoltà nell’accettare le vicissitudini dell’attualità», ci racconta l’artista, che aggiunge anche come l’incontro con materiali disparati non sia estetico, ma necessario e vitale per esprimere le contraddizioni che vive l’uomo: «Con i caschi immersi nelle macerie metaforizzo l’essere umano privo di pensiero critico, che corre senza pensare, spesso ignorando le conseguenze».

Ecco che appare, in filigrana, la proposta della compianta curatrice Koyo Kouoh della 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia: un tempo per praticare il silenzio, l’empatia, per lasciar fluire le emozioni che ci permettono di tornare alle fonti, all’io, in questo caso attraverso un lavoro messo in pratica con frammenti, oggetti trovati. Un processo materico e organico che non utilizza la tecnologia per creare e il cui termine «antifragile» è quello dato nell’accezione dell’economista Nassim Taleb per descrivere sistemi che si rafforzano quando sono esposti al disordine e all’incertezza. «Taleb ha scosso il mondo intellettuale con idee semplici, sebbene anche scomode. Conta una serie di pubblicazioni, precedenti e successive a Antifragile: Things That Gain from Disorder, che ampliano e complicano questo concetto, che trovo particolarmente pertinente per pensare a noi stessi in questo momento della storia che sembra esigere una forma di intelligenza collettiva capace di operare, appunto, a partire dall’antifragilità», spiega Bentancur, che rivela anche come il progetto (iniziato con un dialogo con l’artista più di due anni fa) si sia sviluppato con un team molto ridotto, ma di grande solidità professionale. 

«L’Uruguay ha un lungo percorso di partecipazione alla Biennale e in questo modo si è andata accumulando un’esperienza molto preziosa da parte dello Stato, dei Ministeri e dei loro team, dei vari esperti indipendenti che si incorporano e delle controparti e partner qui in Italia, che sono imprescindibili per questo lavoro. Si è anche andata consolidando una cultura del mecenatismo privato, locale e internazionale, e in questa somma di esperienze, conoscenze, convinzioni ed empatie, arriviamo a questa proposta che confidiamo possa suscitare ancora una volta interesse e aspettativa per la partecipazione del Paese a Venezia», rivela la curatrice, offrendo quasi una lezione di politica culturale quanto mai preziosa oggi, all’indomani dei malumori mal sopiti e delle pressioni che l’istituzione Biennale sta affrontando in questo periodo. E proprio il suo Uruguay, per l’artista, si pone come punto di partenza per osservare il mondo, attraversando temi sociali e di genere che, spesso, restano impliciti nella sua poetica: «I miei progetti sono qualcosa che elaboro a partire dal mio posto nel mondo, un percorso difficile e rischioso, che si alimenta degli avvenimenti che accadono intorno a me. Ho uno sguardo sudamericano perché vivo in questa regione, dove i confini tra arte e artigianato sono a volte sfumati, e l’uso di materiali semplici, quotidiani e industriali è perfettamente applicabile all’arte contemporanea. Anche in questa prospettiva rientra la mia “Antifragilità”».

Margaret Whyte, «sculpture», 2025. Foto: Sabrina Srur. © Sabrina Srur. Courtesy dell’artista

Matteo Bergamini, 04 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Il Padiglione dell’Uruguay alla Biennale Arte 2026: l’«antifragile» di Margaret Whyte | Matteo Bergamini

Il Padiglione dell’Uruguay alla Biennale Arte 2026: l’«antifragile» di Margaret Whyte | Matteo Bergamini