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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliIl desiderio come forza che precede ogni possesso, il corpo come frammento simbolico, l'immagine come luogo in cui realtà e immaginazione continuano a contaminarsi. Attorno a queste coordinate si sviluppa «Song of the Sirens», la nuova mostra di Nathalie Djurberg e Hans Berg, in programma da Gió Marconi a Milano dal 1° ottobre al 19 dicembre 2026.
Si tratta della quinta personale del duo nella galleria di via Tadino, un rapporto costruito negli anni che trova in questo nuovo progetto una delle sue espressioni più immersive. Gli spazi espositivi vengono infatti trasformati in un ambiente sospeso, attraversato da nebbie leggere, grandi fiori fuori scala, animazioni stop-motion e sculture monumentali che costruiscono un unico paesaggio mentale.
Il percorso si sviluppa attraverso una serie di video in stop-motion, linguaggio che caratterizza da oltre vent'anni la ricerca di Djurberg. Al centro delle animazioni compaiono elementi anatomici isolati e ingigantiti -un naso, un orecchio, una coppia di glutei- modellati in argilla e presentati come reperti marmorei. Il corpo perde così la propria unità per trasformarsi in una sequenza di reliquie, simboli e presenze enigmatiche.
Attorno a questi frammenti prendono forma figure anch'esse modellate in argilla, protagoniste di azioni lente, rituali e volutamente inconcluse. Le narrazioni non raggiungono mai un vero scioglimento. Rimangono sospese in uno stato di continua tensione, dove il desiderio si alimenta proprio attraverso ciò che continua a sfuggire.
La dimensione cinematografica dialoga costantemente con quella scultorea. I grandi frammenti anatomici presenti nei video riappaiono nello spazio espositivo come opere tridimensionali, creando un sistema di rimandi tra immagine proiettata e oggetto fisico. L'intera mostra funziona come un lessico visivo costruito sulla ripetizione di forme ricorrenti, che cambiano significato a seconda del contesto nel quale vengono osservate.
A ridefinire ulteriormente la percezione dello spazio interviene un campo di fiori monumentali disseminati tra pavimento e pareti. Le loro dimensioni alterano le proporzioni dell'ambiente e trasformano la galleria in un giardino artificiale, dove elementi naturali e visioni fantastiche convivono senza una distinzione netta. L'installazione costruisce così un'esperienza immersiva nella quale il visitatore è chiamato a muoversi all'interno di un paesaggio che oscilla continuamente tra riconoscibilità e spaesamento.
Il titolo della mostra, «Song of the Sirens», offre la chiave di lettura dell'intero progetto. La sirena non viene evocata come figura mitologica, ma come metafora del desiderio stesso. Non rappresenta un oggetto da raggiungere, bensì una tensione permanente, una promessa che resta sempre sul punto di manifestarsi senza mai compiersi del tutto. È una riflessione che attraversa gran parte della ricerca di Nathalie Djurberg e Hans Berg, tra le coppie artistiche più riconoscibili della scena contemporanea internazionale. Dalla metà degli anni Duemila il loro lavoro ha costruito un universo in cui animazione, scultura, musica e installazione convergono in ambienti immersivi capaci di mettere in scena pulsioni, paure, desideri e meccanismi dell'inconscio. Le immagini conservano una qualità fiabesca solo in apparenza. Dietro la dimensione ludica emerge costantemente una riflessione sulle ambiguità del comportamento umano, sulle dinamiche del potere e sulla costruzione del desiderio.
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