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Dettaglio della «Madonna del soccorso» di Tommaso de Vigilia (ca. 1470-1745)

Courtesy of Brun Fine Art

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Dettaglio della «Madonna del soccorso» di Tommaso de Vigilia (ca. 1470-1745)

Courtesy of Brun Fine Art

L’oro oltre il tempo

A Milano, la mostra da Brun Fine Art mette in dialogo fondi oro medievali e maestri del Novecento per interrogare la persistenza di una stessa ricerca: dare forma a ciò che sfugge alla rappresentazione

Lavinia Trivulzio

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Cosa accomuna una tavola a fondo oro del Trecento e un taglio di Lucio Fontana? È questa la domanda che attraversa L'oro e l'infinito, la mostra allestita negli spazi di Brun Fine Art a Milano, dove opere comprese tra il XIV secolo e la contemporaneità vengono accostate non secondo una logica storico-cronologica, ma attraverso una linea di ricerca che individua nella tensione verso l'assoluto un elemento ricorrente della storia dell'arte.

Il rischio di operazioni di questo tipo è noto: quello di costruire analogie suggestive ma fragili, affidate più alla retorica del dialogo tra antico e contemporaneo che a reali corrispondenze. L'oro e l'infinito prova invece a evitare questo schema concentrandosi su una questione precisa: il tentativo, ricorrente in epoche diverse, di oltrepassare la rappresentazione del visibile.

L'apertura del percorso è affidata ai fondi oro tardogotici e rinascimentali di Luca di Tommè, Francesco di Michele, Álvaro Pirez d'Évora, Tommaso de Vigilia, Mariotto di Cristofano e Michele di Matteo. In queste opere l'oro non svolge una funzione ornamentale, ma costituisce uno spazio autonomo, privo di coordinate temporali e prospettiche. È un elemento che sottrae le figure alla dimensione terrestre, trasformando la superficie pittorica in un luogo di sospensione. La luce non descrive il mondo: lo trascende.

Questa riflessione sullo spazio e sulla luce riemerge, con strumenti radicalmente differenti, nelle opere del Novecento. Il dialogo con Lucio Fontana appare probabilmente il più evidente: il superamento della superficie pittorica attraverso il gesto del taglio rappresenta un tentativo di aprire l'opera verso una dimensione ulteriore, così come il fondo dorato medievale negava la profondità naturalistica per evocare una realtà metafisica.

Accanto a Fontana, il percorso mette in relazione le astrazioni luminose di Piero Dorazio, le sperimentazioni spaziali di Roberto Crippa, le architetture plastiche di Giò Pomodoro, la pittura gestuale di Georges Mathieu, fino alle riflessioni sulla materia di Mirko Basaldella, Corrado Cagli, Mario Schifano, Giorgio de Chirico, Michelangelo Pistoletto e Fausto Melotti. Non si tratta di costruire una genealogia diretta, quanto piuttosto di osservare come, in momenti storici differenti, l'opera d'arte venga concepita come dispositivo capace di suggerire qualcosa che eccede la materia da cui è costituita.

In questo contesto si inserisce anche il lavoro di ABI, brand contemporaneo che utilizza la pietra come materiale progettuale. La sua presenza amplia il raggio della mostra oltre il sistema delle arti visive tradizionali, proponendo una riflessione sulla materia come deposito di tempo e memoria. La pietra, al pari dell'oro nelle tavole medievali, smette di essere semplice supporto per assumere una dimensione simbolica e percettiva.

L'interesse della mostra risiede soprattutto nella costruzione di queste risonanze. Più che raccontare l'evoluzione di uno stile o di una tecnica, il progetto suggerisce che alcune domande fondamentali attraversino la storia dell'arte indipendentemente dai linguaggi. Come rappresentare ciò che non è visibile? Come attribuire forma a un'idea di infinito? Come trasformare la materia in esperienza dello spazio?

Ne emerge un percorso che attraversa oltre sei secoli senza cercare continuità lineari, ma mettendo in evidenza permanenze e ritorni. L'oro medievale, il vuoto spazialista, l'astrazione, la scultura, la pietra e i materiali del secondo Novecento vengono letti come differenti modalità di confrontarsi con un medesimo problema: superare il limite fisico dell'opera senza rinunciare alla sua presenza concreta.

Più che una mostra sul rapporto tra antico e contemporaneo, L'oro e l'infinito si presenta dunque come una riflessione sul ruolo dell'opera d'arte come luogo di mediazione tra materia e pensiero, tra visibile e invisibile. Un'ipotesi curatoriale che invita a leggere sei secoli di produzione artistica non come una successione di linguaggi, ma come una continua ridefinizione del rapporto tra forma, luce e trascendenza.

Lavinia Trivulzio, 30 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

L’oro oltre il tempo | Lavinia Trivulzio

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