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Tegene Kunbi, Dale Grant Photography, © Dale Grant

Courtesy the artist

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Tegene Kunbi, Dale Grant Photography, © Dale Grant

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Il padiglione della Biennale di Venezia dove il silenzio parla

La 61. edizione della Biennale d'arte di Venezia presenta Tegene Kunbi come artista dell'Etiopia. Un'esplorazione visuale che nasce dal particolare ruolo del silenzio nella cultura etiope, concepito come condizione politica e sociale

Jenny Dogliani

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Paese del Corno d’Africa, con altopiani centrali e una storia millenaria tra le più antiche del continente, mai pienamente colonizzato. Il legame con l’Italia passa per le guerre coloniali (1895-96 e 1935-41), un capitolo ancora centrale nella memoria storica tra i due Paesi. Alla Biennale Arte 2026 il Padiglione Etiopia non vuole aggiungere un altro racconto, ma mettere in discussione le condizioni stesse in cui il racconto si forma. Promosso dal Ministero del Turismo Etiope in collaborazione con l’Ambasciata di Etiopia in Italia e con il supporto di Primo Marella Gallery, «Shapes of Silence», progetto di Tegene Kunbi a cura di Abebaw Ayalew, a Palazzo Bollani, lavora sul silenzio come struttura attiva, sociale e politica, come vuoto carico di energia e di tensione. 

«I dipinti di Tegene Kunbi si dispiegano attraverso superfici stratificate, strutturate da un quadro geometrico dinamico, in cui colore, tessuti e gesto si accumulano nel tempo. Combinando olio, pastello e tessuto, il suo lavoro spinge l’astrazione oltre il puramente visivo, verso un’esperienza tattile e sensoriale. Attraverso questo processo, la pittura diventa un archivio materiale di lavoro e memoria, dove il silenzio, che non è assenza ma densità, invita a un coinvolgimento prolungato e corporeo che va oltre il linguaggio», spiega il curatore Abebaw Ayalew. Nella cultura etiope il silenzio è segno di misura e di saggezza, ma anche di esclusione: non parlare può essere virtù o perdita di potere. Un’ambivalenza sulla quale Kunbi innesta la sua ricerca, traslando il silenzio su un piano materico. La sua pittura diventa un campo di negoziazione, un archivio stratificato in cui materiali diversi – tessuti artigianali, stoffe industriali, elementi legati alla sfera religiosa e oggetti d’uso quotidiano – convivono senza dover essere ricondotti a un’unità. Ogni elemento porta con sé una posizione sociale, culturale, politica e una volta assemblato, non perde il proprio peso, ma entra in tensione con gli altri. Le opere in mostra sono tele di grande formato dove pittura e tessuti tradizionali diventano spazi da attraversare. La scala è decisiva: il corpo dello spettatore è costretto a misurarsi fisicamente con la densità della superficie. Questo rapporto diretto con la materia nasce da un processo concreto. Kunbi descrive il suo lavoro come una relazione continua e mobile: ogni giorno il dipinto richiede qualcosa, cambia direzione, si ridefinisce. Non è mai chiuso. L’astrazione, per lui, non è un esercizio formale ma una connessione tra memoria, esperienza e storia personale, continuamente riattivata attraverso materiali e gesti. 

La pittura si costruisce per stratificazione: acrilico, tessuti, interventi con spatole, pennelli e mani. In questo processo, i mercati diventano luoghi centrali. Non solo spazi di approvvigionamento, ma ambienti vitali, densi di relazioni, suoni, movimenti. È lì che si accumulano materiali e suggestioni, che poi vengono trasportati sulla tela. Tutto ciò che attraversa la vita – infanzia, viaggi, relazioni – entra nel lavoro. Anche la musica ne regola il ritmo, spinge la costruzione dell’immagine. Nello spazio espositivo veneziano la pittura non è, volutamente, accompagnata da spiegazioni, sottrae centralità alla parola, rimanda il senso alla presenza materiale, alla durata dello sguardo, alla prossimità dello spettatore. Un silenzio cercato per mettere in discussione il modo in cui il significato viene costruito e distribuito nel sistema dell’arte.

Jenny Dogliani, 29 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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