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Nerina Neri al lavoro in Icr nei primi anni Cinquanta

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Nerina Neri al lavoro in Icr nei primi anni Cinquanta

In un convegno alla Sapienza le storie delle restauratrici dal 1750 al 1970

Aperto per restauri • La tavola rotonda tenutasi il 14 e il 15 maggio ha proposto una splendida rassegna della questione femminile quanto al restauro, esplorando spazi europei e decenni di storia grazie a una serie di comunicazioni di alta qualità

Giorgio Bonsanti

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Oggigiorno la stragrande maggioranza di chi esercita il mestiere di restauratore è composta di donne. Lo sanno tutti che si richiedono capacità, mentali e manuali, che si confanno particolarmente al genere femminile. O no? 
Per parte mia, intervenendo nella tavola rotonda conclusiva del convegno internazionale «Restauratrici tra Europa e Italia (1750-1970)», tenutosi all’Università «Sapienza» di Roma (14-15 maggio 2026), ho preso pubblicamente impegno di evitare di incorrere in quelli che sono nient’altro che stereotipi. Il convegno, organizzato da Eliana Billi, Giuseppina Perusini, Simona Rinaldi e Martina Visentin (Roma, Viterbo, Udine), ha proposto una splendida rassegna della questione femminile quanto al restauro, esplorando spazi europei e decenni di storia grazie a una serie di comunicazioni di alta qualità. Qualcuno poteva temere eccessi di femminismo: non ci sarebbe stato niente di male, ma non è stato questo l’orientamento del convegno, che ha mantenuto equilibrio ed eleganza. A mio parere, dunque, non esiste una questione femminile nel restauro diversa e separata dalle altre che hanno visto, lungo la storia dell’umanità, prevalenza e sopraffazione da parte di maggioranze nei confronti di minoranze. Specifico che con «minoranza» non ne faccio una questione di numeri, ma di potere: chi l’aveva e chi non l’aveva, chi di più e chi di meno. È dunque ovvio e indiscutibile che fino a un certo momento gli uomini restauratori siano stati molti di più; come, del resto, fra gli artisti e in tante altre attività e mestieri. Ciò premesso, è con eleganza che i tanti interventi hanno presentato la diffusione del restauro tra le donne, arrivate progressivamente a partecipare di questa attività nella prima metà del Novecento, fino alla situazione attuale. Fra i contributi, scelgo come particolarmente esemplificativi quelli giunti dall’Accademia di Belle Arti di Vienna, ad opera di Sigrid Eyb-Green, Catherine Bouvier e Monika Kammer. Hanno raccontato pienamente e senza enfasi le storie di restauratrici che erano riuscite a esercitare il mestiere, fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Ma al prezzo di rinunciare a sposarsi e avere dei figli, come anche un’abitazione propria: scegliendo di vivere con altre donne, meno per ragioni economiche che per supporto emotivo, per condividere le loro solitudini. Altre, e questa è una situazione diffusa, arrivavano al restauro perché figlie o mogli (Jeanne Marchig, Anna Oberto); anche se la ragione sociale della ditta recava sempre, come prassi indiscussa, il nome del maschio. Gli stereotipi erano duri a morire.

Anni Cinquanta del Novecento. Cesare Brandi, primo direttore dell’Icr, al vedere Nerina Neri in un gruppo di restauratori uomini, esclamò seccato: «Beh, cos’è questa promiscuità?», e in una lettera in cui si informava di una missione importante, un funzionario dell’Icr scriveva che «tutto sommato...il direttore ha deciso di mandare Nerina». Tremende le difficoltà incontrate da Franca Callori di Vignale in missione in Pakistan sotto la tirannia del famoso archeologo Doro Levi: non c’è dubbio che, fosse stata un uomo, sarebbe stata trattata con più rispetto e considerazione, e brava dunque a trovare la forza di resistere alle sopraffazioni in ambiente ostile. Godibilissimo poi il racconto di Edi Guerzoni (Università di Torino) della famosa Pinin Brambilla, estremo limite cronologico del convegno: il suo mestiere fu inserito a opera della stampa popolare fra «le cento carriere adatte alle donne», e lei, descritta in un settimanale come «bella ragazza con i capelli rossi». Empatici, infine, i legami familiari venutisi a creare: famosi in Icr i coniugi Paolo e Laura Mora; e le coppie Aldo Angelini-Nerina Neri, e Francesco Colalucci-Anna Maria Sorace, ci sono state raccontate dai rispettivi figli, Roberto e Simone.

Un convegno, in conclusione, pionieristico e ammirabilmente riuscito.

Giorgio Bonsanti, 03 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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