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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliFurio Rinaldi è uno storico dell’arte specializzato in disegno italiano del XV e XVI secolo, in particolare nelle scuole di Leonardo da Vinci, Raffaello e Michelangelo. Oggi è curator in charge della Achenbach Foundation for Graphic Arts dei Fine Arts Museums di San Francisco, una delle più importanti collezioni di opere su carta degli Stati Uniti. Con la formazione in Italia, gli anni al Metropolitan Museum e poi da Christie’s a New York, ha costruito un percorso raro, capace di connettere ricerca, mercato e pratica museale. Negli ultimi anni ha curato mostre come Color into Line: Pastels from the Renaissance to the Present (2021–2022), Botticelli Drawings (2023–2024), Tamara de Lempicka (2024–2025) e Drawn to Venice, in corso alla Legion of Honor dal 24 gennaio al 2 agosto 2026.
Lo abbiamo incontrato per parlare del suo lavoro, del rapporto tra museo e collezionismo e delle sfide che oggi ridefiniscono il ruolo del curatore.
Il suo percorso accademico e professionale si è sviluppato tra l’Europa e gli Stati Uniti. Quali tappe l’hanno portata ai Fine Arts Museums di San Francisco?
Sono arrivato a San Francisco nel 2020 da New York, dove vivevo stabilmente dal 2011. Arrivai lì grazie a una fellowship al Metropolitan Museum per finire la mia tesi di dottorato e, finito quell’anno, il Met mi assunse in vista della mostra su Michelangelo Divine Draftsman che Carmen Bambach stava organizzando. Ho passato quasi un decennio a New York, tra il Met e due esaltanti anni nel dipartimento di disegni antichi da Christie’s al Rockefeller Center. Per me, che vengo dalla connoisseurship “classica”, quella di Christie’s è stata una palestra fondamentale, sia per l’occhio sia per comprendere meglio l’aspetto finanziario dell’arte. Mi ha permesso di fare una delle attribuzioni cruciali della mia carriera, il disegno del giovane Michelangelo dal nudo di Masaccio, il primo nudo che ci è arrivato del grande maestro fiorentino. Classificato “Tesoro Nazionale” in Francia, il disegno si è poi venduto da Christie’s a Parigi.
Si ricorda quando e perché ha scelto il disegno come campo di specializzazione?
Il mio interesse per il disegno è maturato durante i miei studi a Milano, in Statale, e il dottorato a Roma, ma si è pienamente espresso solo quando ho iniziato la carriera museale, che mi ha consentito un contatto diretto con il medium: uno stage a Brera e un anno fondamentale a Firenze, come borsista alla Fondazione Roberto Longhi, dove passavo le mattine al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. Lì ho imparato a “leggere” il disegno, per me più congeniale di altre espressioni artistiche e forse la forma più pura e intima del lavoro di un artista. Nel tempo mi sono specializzato sul disegno del Rinascimento italiano di Quattro e Cinquecento, in particolare sulla tecnica e funzione del disegno nelle scuole di Botticelli, Leonardo, Raffaello e Michelangelo.
I Fine Arts Museums di San Francisco sono un’entità museale complessa e composita. Ci racconta qualcosa di più su questa istituzione?
I FAMSF sono costituiti da due musei “incastonati” in due parchi simbolo della città: la Legion of Honor nel Lincoln Park, che ospita le collezioni di arte europea, pittura e arti decorative, arte classica e soprattutto la superba collezione di sculture di Rodin, acquistata direttamente dall’artista dalla fondatrice Alma Spreckels, e il de Young Museum in Golden Gate Park, fondato nel 1895 ma ridisegnato completamente nel 2005 da Herzog & de Meuron, che ospita le collezioni di arte americana, nativa americana, africana e contemporanea. I musei sono noti per la loro programmazione dinamica e originale di mostre: organizziamo sei grandi mostre all’anno, più varie rotazioni della collezione permanente, che ci portano a essere il quinto museo più visitato negli Stati Uniti, con un pubblico internazionale di più di 1,3 milioni di visitatori nel 2025.
Ritratto di Furio Rinaldi
Quali sono le caratteristiche e i punti di forza della collezione di opere su carta della Legion of Honor?
Il dipartimento che guido, la Achenbach Foundation for Graphic Arts, è la più grande collezione di arti grafiche degli Stati Uniti occidentali, con 100.000 opere su carta, dalle miniature medievali alle stampe 3D. Considerata la natura globale delle sue collezioni, il dipartimento opera su entrambi i musei, con spazi dedicati alla rotazione della collezione permanente sia alla Legion sia al de Young. I punti di forza sono la collezione di incisioni di Rembrandt, raccolta dai fondatori del dipartimento, Moore e Hazel Achenbach, i disegni francesi, come il cartone di Gauguin per L’Arlésienne di Van Gogh, e gli archivi grafici praticamente completi degli “eroi” della West Coast, Ed Ruscha, Richard Diebenkorn, Wayne Thiebaud e Ruth Asawa. Decisivi per l’identità delle collezioni sono poi gli archivi “viventi” di due storiche stamperie locali, Crown Point Press e Paulson Fontaine Press, che dagli anni Sessanta hanno lavorato con i più grandi artisti, da Chuck Close a Helen Frankenthaler e Martin Puryear, e delle quali possediamo ogni impressione e prova di stampa in perpetuo.
Come è strutturato il dipartimento curatoriale?
Insieme a me, ci sono tre curatori: Natalia Lauricella, specialista di stampe e disegni dell’Ottocento che sta preparando una grande mostra su Toulouse-Lautrec per il 2027 con il Guggenheim, Margot Yale, specialista di grafica contemporanea, e Sally Martin Katz, curatrice di fotografia. Abbiamo poi un Curatorial Fellow che si occupa della catalogazione continua e sistematica dell’immensa collezione, posizione resa possibile dalla Sherman Fairchild Foundation. Rispetto a tanti musei, siamo estremamente fortunati ad avere un dipartimento di restauro e diagnostica di opere su carta, adiacente al nostro, con tre fantastiche restauratrici che ci assistono da vicino. Crediamo fortemente nella cosiddetta “technical art history”, ovvero nell’integrazione dei dati delle indagini diagnostiche e dei restauri alla connoisseurship tradizionale.
Quali sono le principali responsabilità del curator in charge?
Principalmente quella di stabilire, in sinergia con il direttore del museo, la strategia del dipartimento per quanto riguarda le mostre, le nuove acquisizioni, la ricerca scientifica dei curatori e il fundraising. Da quando sono stato nominato capo di dipartimento nel 2024, la principale ambizione è stata la solidità scientifica della ricerca e la visibilità e l’accesso della collezione che, per sua natura, è per lo più preclusa al pubblico, perché le opere su carta sono sensibili alla luce e non possono essere in esposizione perenne. Abbiamo quindi implementato la presentazione delle opere online, sia sul sito sia sui social media, e la programmazione delle installazioni della collezione, concepite e presentate come vere e proprie piccole mostre, come la recente Drawn to Venice dedicata ai disegni veneti o Boom and Bust, curata da Sally Katz, sulle origini della fotografia in California del Nord. Abbiamo poi avviato una campagna più “aggressiva” di acquisizioni trasformative della collezione.
Durante il suo percorso si è occupato anche di mercato. Quanto è importante come curatore conoscerne il funzionamento?
L’esperienza da Christie’s come specialista del dipartimento di disegni a New York, seppur breve, è stata fondamentale nel plasmare il curatore che sono oggi. Mi ha introdotto alle dinamiche econimiche dell’arte, cruciali anche nella pratica museale per trovare opportunità di acquisizione, supporto finanziario e coltivare donatori e collezionisti. Inoltre, seguire il mercato è un esercizio importante che aiuta a conoscere meglio la propria collezione, perché impone confronti di quello che si ha con le lacune da colmare. Nel dipartimento si coprono tutte le principali aste e fiere, da TEFAF a Paris Photo, da Frieze al Salon du Dessin di Parigi.
Quali sono le traiettorie di acquisizione del museo?
Integrare i fondi identitari, penso ai disegni di Diebenkorn o alla donazione di stampe manieriste della collezione di Kirk Edward Long, recentemente donata, e riempire le lacune con acquisti emblematici: i disegni di Pintoricchio, Annibale Carracci, Tiepolo o il cartone di Ciro Ferri recentemente acquistato a TEFAF che con Domenico Gnoli stanno colmando la collezione di disegni italiani. Così come l’importante lavoro che si è fatto sulla rappresentazione delle artiste, attraverso l’acquisto di disegni importanti di Élisabeth Vigée Le Brun, Mary Cassatt, Leonor Fini e Tamara de Lempicka, un’acquisizione che ha poi motivato la mostra che abbiamo organizzato nel 2024.
Veduta della mostra Tamara de Lempicka, 2024.Courtesy Fine Arts Museums of San Francisco. Foto: Gary Sexton
Veduta della mostra Botticelli Drawings, 2023. Courtesy Fine Arts Museums of San Francisco. Foto: Gary Sexton
Quali differenze vede tra i collezionisti europei e quelli americani quando si tratta di disegni e opere su carta?
Negli Stati Uniti le opere su carta sono una fascia ben consolidata e specifica di collezionismo. Ciò che rende la California particolarmente distintiva è la curiosità e lo spirito eclettico dei collezionisti. A San Francisco sono molto apprezzate la fotografia e le stampe contemporanee, certamente per la presenza sul territorio di stamperie di eccellenza come Crown Point Press a San Francisco, Paulson Fontaine a Berkeley e Gemini G.E.L. a Los Angeles, attive dal dopoguerra. A differenza di Los Angeles, qui poi resistono molti sofisticati collezionisti di old masters e impressionismo francese, come Diane B. Wilsey e Denise Hale, o ancora Ann and Gordon Getty, dalla cui collezione leggendaria giungeranno al museo magnifici disegni di Watteau e Mary Cassatt.
San Francisco è nota per essere la culla dell’industria tecnologica del nostro tempo. Quali rapporti vede tra questo ecosistema e il sostegno all’arte?
La società di San Francisco è storicamente progressista, predisposta alle questioni sociali e aperta all’innovazione tecnologica. Il museo, attraverso le sue collezioni, è espressione di questa storia e deve rispondere a queste sollecitazioni cercando un dialogo con la comunità. Un punto di contatto tra museo e tecnologia è l’interesse per la forma, una delle peculiarità del tech a San Francisco è proprio il pregio estetico che connota le innovazioni tecnologiche qui sviluppate: pensiamo ai design meravigliosi che Jony Ive ha inventato per Apple. È un’impresa difficile, ma a volte ci riusciamo. Molti dei nostri sostenitori e trustees vengono dal tech, ed è un legame che informa anche la nostra pratica museale e la programmazione — penso alla mostra Uncanny Valley dedicata all’AI che la mia collega Claudia Schmuckli organizzò già nel 2020, e alle nostre partnership con Snap e Anthropic. Lavorare nel cuore pulsante dell’AI ci pone in prima linea su questioni centrali di oggi, circa l’etica di certa tecnologia e il rapporto tra filantropia e potere. Lo trovo un aspetto molto interessante del mio lavoro, per il quale il mio museo, grazie al nostro direttore, è certamente in anticipo su altri.
Come si educa una nuova generazione di collezionisti e mecenati?
I disegni e le stampe storicamente costituiscono un punto di accesso, anche economico, al collezionismo più ampio. Credo poi fermamente nell’intrinseca modernità del disegno, un medium che travalica i secoli, anche perché le tecniche grafiche principali sono più o meno le stesse dal Rinascimento. Su questa premessa ho costruito la mostra Botticelli Drawings (2023), dove abbiamo cercato di presentare Botticelli come un artista contemporaneo, grazie a un allestimento moderno e pulito che esaltava la freschezza dei suoi sublimi disegni a punta metallica su carte colorate. È una mostra che ha toccato nel profondo il pubblico, e ad anni di distanza tantissimi giovani tornano a parlarmene.
Ci sono momenti della sua carriera che ricorda con particolare orgoglio?
Mostre come, appunto, Botticelli Drawings mi inorgogliscono perché danno il privilegio, e l’enorme responsabilità, a un curatore di mettere in contatto l’artista con il pubblico e di ispirare la gente. Sono molto soddisfatto anche quando si riescono a smantellare certi cliché e mitologie storico-artistiche. È quanto abbiamo tentato nel 2024 con Tamara de Lempicka, un’artista notissima ma dai più considerata decorativa, da noi presentata con grande rigore scientifico, spessore e forza visiva. Il New York Times scrisse una recensione superlativa, forse proprio perché eludeva le aspettative sull’artista. A livello più personale, la riscoperta del disegno di Michelangelo è stata certamente un momento di validazione e di grande emozione.
A cosa lavora in questo momento?
Sono al lavoro da un paio di anni a una mostra su Leonardo da Vinci, programmata per il 2028, un progetto particolarmente importante per il museo e per me personalmente. Da italiano, sento molto la responsabilità di contribuire a mantenere viva l’attenzione sull’arte italiana, la cui centralità storica e attualità culturale merita di essere costantemente riaffermata anche nel presente. Lavorare a San Francisco mi ha fatto capire ancora di più la rilevanza del lavoro curatoriale: in una società come quella digitale, bombardata da immagini vere, manipolate o artificiali, alfabetizzare il pubblico alle arti visive è diventato importante quasi come insegnare a leggere e a scrivere.
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