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Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliDopo anni di silenzio e di chiusura, qualcosa si muove nel Padiglione russo alla Biennale di Venezia. L’annuncio è stato dato ieri, 3 marzo, sul quotidiano «Pravda», ma ne dà notizia anche «Artnews», a cui ha scritto via e-mail il delegato per gli scambi culturali internazionali ed ex ministro della Cultura del Paese, Mikhail Shvydkoy: «Vorrei sottolineare che la Russia non ha mai lasciato la Biennale di Venezia. La presenza stessa del nostro padiglione, indipendentemente da ciò che vi si svolge, che si tratti di mostre dei nostri amici latinoamericani o dell’organizzazione di un centro educativo per l’intera Biennale, significa la presenza del nostro Paese nello spazio culturale di Venezia. Pertanto, poiché non siamo andati da nessuna parte, non stiamo “tornando”. Stiamo semplicemente cercando nuove forme di attività creativa nelle circostanze attuali».
All’inizio del 2022 gli artisti russi Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, insieme al curatore Raimundas Malašauskas, incaricati di rappresentare il Paese a Venezia annunciarono il loro ritiro perché «non c’era posto per l’arte» nel mezzo di un conflitto come quello tra Russia e Ucraina. Per la scorsa edizione (del 2024), invece, lasciarono alla Bolivia il proprio spazio ai Giardini per «celebrare i 200 anni dalla fondazione del nostro Stato Plurinazionale», spiegò al nostro giornale la ministra Esperanza Guevara.
Per la 61ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte (9 maggio-22 novembre), il Padiglione della Russia proporrà un progetto con più di 50 giovani musicisti, poeti e filosofi internazionali: «Questa è un’ulteriore prova che la cultura russa non è isolata e che i tentativi di “cancellarla”, intrapresi negli ultimi quattro anni dalle élite politiche occidentali, non hanno avuto successo, spiega Shvydkoy a «Artnews». È proprio per questo che abbiamo deciso di creare un progetto in cui si possa ascoltare una polifonia multilingue di culture, culture che non si considerano periferiche rispetto all’Occidente». Con il titolo «L’albero è radicato nel cielo», la presenza del Paese a Venezia si pone come riflessione sulla cultura in generale e sul modo in cui essa è destinata a vivere in eterno, a differenza della politica: un festival musicale con un «potenziale creativo di aree e pratiche periferiche, valorizzando tradizioni, linguaggi musicali e approcci sperimentali che emergono lontano dai grandi centri culturali, ma proprio per questo conservano una potenza espressiva autentica e innovativa», raccontano gli organizzatori.