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Roberto Mercuzio
Leggi i suoi articoliÈ stato appena pubblicato sulla rivista «Archaeological and Anthropological Sciences» dalla ricercatrice Margherita Ferri dell’Università Ca’ Foscari di Venezia uno studio archeometrico che analizza campioni di vetro altomedievale provenienti da San Pietro di Castello a Venezia, l’antica isola di Olivolo, uno dei nuclei fondativi della città e all’epoca in posizione strategica vicino all’ingresso del porto, a sorveglianza dell’accesso alla laguna.
La ricerca, realizzata in collaborazione con Elisabetta Gliozzo del Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo (Sagas) dell’Università degli Studi di Firenze e con Eleonora Braschi, Istituto di Geoscienze e Georisorse del Cnr, si basa su campioni di vetro provenienti dagli scavi archeologici condotti a inizio anni ’90 dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Venezia, con la quale il Dipartimento di Studi Umanistici veneziano collabora attivamente.
L’analisi scientifica dei vetri, databili tra il VI e il IX secolo, prende in esame 45 esemplari, ivi compresi vasellame, scarti di produzione e un crogiolo in pietra ollare, e fotografa una Venezia altomedievale vivace centro di commerci globali e di fervida innovazione tecnologica. Emerge una città molto avanzata, connessa e innovativa già dall’VIII secolo, un centro nevralgico nel Mediterraneo altomedievale capace non solo di commerciare su vasta scala, ma anche di adottare e padroneggiare le più avanzate tecnologie del tempo.
La storia della tecnologia è segnata da transizioni epocali. Una delle più importanti per il mondo antico fu il passaggio dalla produzione di vetro a base di «natron» egiziano (una miscela naturale di sali), la ricetta ereditata dall’Impero romano, a quella a base di ceneri vegetali. Questo cambiamento, suscitato dalla difficoltà di reperire il natron, diede inizio a una nuova era per la vetraria europea. A questo proposito gli archeologi si sono sempre chiesti: chi fu all’avanguardia di questa rivoluzione?
«La risposta emersa dagli scavi di San Pietro di Castello, dice Margherita Ferri, è sorprendente. Qui sono stati rinvenuti alcuni frammenti di vetro prodotti con ceneri vegetali risalenti già all’VIII secolo. Ma il vero colpo di scena è un altro: l'analisi chimica attribuisce a questi antichi frammenti una produzione siro-levantina. Ciò significa che la Venezia di 1.300 anni fa non solo conosceva questa nuova tecnologia, ma i suoi commerci erano così efficienti da importare materiali all'avanguardia prodotti a centinaia di chilometri di distanza. Questo posiziona Venezia tra i primissimi centri in Italia ad accogliere e padroneggiare questa nuova tecnologia, mostrandocela come un centro incredibilmente ricettivo e connesso».
E c’è di più. Dentro una tessera blu al natron, gli scienziati hanno constatato la coesistenza di due diversi tipi di opacizzanti, gli antimoniati di calcio, una tecnologia antica, in disuso dal IV secolo, e gli stannati di piombo, una tecnica più moderna. Come si spiega questo fatto? Semplice: con il riciclo. Gli artigiani hanno fuso una vecchia tessera di epoca romana per recuperarne il materiale e creare un nuovo oggetto, mescolando così il passato e il presente. Inoltre, per ottenere il colore blu, gli artigiani veneziani non usavano un pigmento di cobalto puro e raffinato. Sfruttavano invece scorie della lavorazione dei metalli, un sottoprodotto ricco di cobalto. Questa scelta rivela non solo una profonda conoscenza dei materiali e delle loro proprietà, ma anche un’economia intelligente basata sul riutilizzo, una sorta di economia circolare ante litteram.
Le analisi sulla provenienza del vetro grezzo rendono un quadro vivido di Venezia come un crocevia commerciale internazionale. I reperti hanno rivelato una proporzione quasi identica di vetri provenienti dalle due principali aree di produzione del tempo: l’Egitto e la regione del Levante (corrispondente alle coste di Siria, Libano, Palestina e Israele). Le rotte commerciali di Venezia erano dinamiche e flessibili, capaci di adattarsi ai cambiamenti geopolitici e produttivi del Mediterraneo. La laguna non era una semplice destinataria di merci, ma un attore protagonista in una rete di scambi complessa e in continua trasformazione.
A Venezia tutti questi materiali arrivavano sia sotto forma di materia prima da lavorare nelle officine locali, sia come oggetti di lusso già finiti. La prova di un commercio di materie prime viene dai calici a base di ceneri vegetali. La loro composizione chimica suggerisce un’origine siro-levantina della materia prima. La loro forma, però, è identica a quella dei calici prodotti localmente con la vecchia tecnica a base di natron. Questo indica che gli artigiani veneziani importavano il vetro grezzo e lo lavoravano secondo i propri stili. Al contrario, il ritrovamento di un bicchiere con base conica, una forma tipica della produzione siriana che non veniva realizzato nell'Adriatico in quel periodo, indica l’importazione diretta del prodotto finito, probabilmente come oggetto di pregio.
Strumentazione per analisi Laser Ablation
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