Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliFrancis Offman, nato a Butare, Ruanda, nel 1987, e che ora vive e lavora a Bologna, vuole creare lavori inediti e con una forte impronta personale. Dalle tele non intelaiate dai contorni irregolari, in cui porzioni di colore piatto e uniforme si incontrano con brandelli di carta recuperata, incarti per il pane, scatole di scarpe, alle fragili composizioni che sono intrise di fondi di caffè, gesso bolognese, inchiostro, lavanda e reti in fibra di vetro. Senza dimenticare gli odori, come quello della bevanda più amata dagli italiani, ottenuta dalla macinazione dei semi di alcuni alberi tropicali. A Roma, nella Società delle Api, con «Soglia / Common Acts», Offman è stato chiamato a dialogare con le opere della collezione Silvia Fiorucci, con un invito a intervenire sul nuovo spazio romano, attivandolo non solo come luogo espositivo ma come ambiente esperienziale e relazionale.
Ecco così in via Gregoriana, un percorso espositivo che desidera coinvolgere il visitatore in una dimensione sensoriale: l’aroma di caffè tostato attiva memoria e percezione, dove il prodotto è «materia politica e storica, capace di evocare geografie ed economie, insieme a esperienze individuali e collettive». Il primo «common act» è respirare. «First Steps» di Santiago de Paoli, e oggetti di design, come le poltrone «Tripé» di Lina Bo Bardi, concorrono a definire uno spazio che può essere attraversato, abitato o osservato, suggerendo una pluralità di modalità di fruizione. I vasi di Omer Arbel, alcuni con composizioni floreali, portano il vivente dentro la mostra. Quindi si passa a «Radical Writings» di Irma Blank, «Senza Titolo» (Leonesse) di Chiara Camoni, realizzate in terracotta e lana naturale. Fino allo stesso Offman, con una rete in fibra di vetro su tessuto jacquard realizzata con inchiostro e fondi di caffè, capace di trattenere insieme luce e materia, rendendo visibile il processo del fare nelle sue stratificazioni. L’altra opera site specific consiste in un arazzo disposto orizzontalmente, che introduce una riflessione sulla tradizione espositiva e sulle gerarchie tra contemplazione e uso. La superficie tessile diventa pavimento senza poter essere calpestata: sopra vi sono collocate alcune opere sostenute da piedistalli di cataloghi d’arte, campionari di tessuti o libri di design, la cui fragilità impone una distanza. Una relazione con materiali d’uso comune: gesso, plastica, vetro, shella. Vlassis Caniaris, Miho Dohi, Formafantasma, Nathalie Djurberg e Hans Berg, Erik Olovsson lavorano su forme che restano legate alla loro origine quotidiana. Al margine, «Walking Man» (2025) di Anna Boghiguian veglia sull’insieme.
Il visitatore guarda dall’esterno un territorio che lo esclude. Qui il «common act» è avvicinarsi per non toccare. Al primo piano, le pareti sono interessate da un intervento pittorico di Offman realizzato con una vernice contenente glitter, che modifica impercettibilmente la percezione della luce. L’effetto non è immediato, ma si rivela nel tempo, al variare dello sguardo e della permanenza nello spazio, rendendo l’esperienza mai del tutto fissa né uniforme. Il «common act» richiesto è «accorgersi». Un arazzo di Offman collocato a terra ora si offre come superficie attraversabile, invitando il pubblico a togliersi le scarpe e a entrare in una dimensione prossima a quella domestica. Questo passaggio segna un punto di svolta nel percorso, rendendo esplicita la natura situata e non neutrale dei «common acts», che possono includere o escludere a seconda delle possibilità e delle condizioni di ciascun individuo. Attorno, le opere di Leonor Antunes, Paul Heintz e Rodrigo Hernández. Le sale successive approfondiscono la dimensione relazionale attraverso ambienti che incoraggiano posture differenti: dal sedersi, come sulla poltrona «Costela Jacaranda» di Martin Eisler e Carlo Hauner, al sostare, come davanti alla pittura di Francis Alÿs, al lenzuolo di Valentine Prissette e a «Help Me Remember» di John Dilg, fino al distendersi, come sul «Lana Daybed» di Agnes Studio.
L’ultima sala di questa sezione è dedicata all’artista venezuelana Sol Calero, che con «Interior llanero» ricostruisce un interno della sua terra attraverso plastica, legno, piante artificiali e luci al neon: una geografia domestica trapiantata in un palazzo romano. L’artista costruisce spazi di incontro in cui geografie lontane si toccano fisicamente, e qui il dialogo con la faglia aperta dall’aroma di caffè trova la sua eco più diretta. Il common act qui è sedersi e fermarsi. Il percorso si chiude nel disimpegno, dove la mostra si congeda con Ettore Spalletti e tre appendiabiti in vetro e ottone di Fontana Arte. L’ultimo common act richiede di uscire. Un'esperienza da vivere, e non solo da vedere, fino al 23 settembre.