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Herno Lesa, un’opera di Lee Jaeyho

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Herno Lesa, un’opera di Lee Jaeyho

L’arte da Herno accorcia le distanze

Il presidente Claudio Marenzi ha creato un modello di collezione aziendale fondato su condivisione e confronto

Davide Landoni

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Per Claudio Marenzi, Presidente di Herno Spa, l’arte è un modo per vivere e condividere una passione personale. L’azienda è un’estensione della casa, ma con una funzione più aperta e collettiva: le opere sono accessibili a chi lavora all’interno, creando occasioni di incontro e scambio. In questo contesto, l’arte è un linguaggio comune, capace di stimolare dialogo, confronto e anche divergenze, contribuendo però sempre ad avvicinare le persone. Allo stesso tempo, introduce un elemento di apertura verso ciò che è esterno al core business, rendendo l’ambiente più contemporaneo e meno autoreferenziale. Infine, c’è anche un aspetto pratico: esporre le opere in azienda permette loro di essere vissute e non rimanere inutilizzate in deposito. Questo dà senso alla collezione e rafforza l’idea dell’arte come qualcosa di vivo, condiviso e in continua relazione con le persone. 

Come iniziano la sua storia e quella di Herno, e come decide di integrare l’arte in azienda?
Il punto di partenza è il 1984, quando a 22 anni sono entrato nell’azienda fondata da mio padre Giuseppe nel 1948. Ma il momento di svolta, anche per quanto riguarda la collezione, è il 2005, quando assumo la guida di Herno. Al tempo l’obiettivo era mettere in sicurezza la società dal punto di vista della sostenibilità. All'inizio è stato complicato, molto impegnativo. Vivevo praticamente in azienda, passavo lì dentro più di 12 ore al giorno. Dovendo in qualche modo rimettere ordine e allo stesso tempo viverci, ho iniziato a ritagliarmi degli spazi, come se fosse casa mia: un divano, alcuni elementi personali, un ambiente più familiare. È dentro questo processo che è arrivata l’arte in azienda.

L’arte è entrata come qualcosa di molto personale.
Sì, inserire le opere negli spazi in cui vivevo e lavoravo quotidianamente è stato un gesto spontaneo, quasi necessario. Poi mi sono reso conto che poteva diventare qualcosa di più di un semplice elemento personale o estetico. Poteva rappresentare un terreno di confronto diverso dal business, un modo per relazionarmi su un piano differente con le persone che lavorano con me. Un ambito in cui non parlare di numeri, obiettivi, performance, ma di percezioni, sensibilità, interpretazioni.

Quindi anche come occasione concreta di dialogo con i collaboratori.
Molto concreta. Non c’è nulla di teorico in questo: trovarsi davanti a un’opera e iniziare a parlarne, anche in modo informale, quasi casuale. Mi sono ritagliato questi spazi con l’idea di uscire dal confronto strettamente lavorativo, portando dentro un tema che mi è caro e sul quale sento di poter dare un contributo. L’arte contemporanea, per chi non la frequenta, è complicata. Non direi nemmeno che si tratti di «capirla», perché forse è un concetto sbagliato, però sicuramente se non la si frequenta non la si apprezza. C’è un percorso da fare. All’inizio i confronti erano molto diretti, a volte quasi brutali. Qualcuno si chiedeva se davvero avessi speso soldi per queste cose. Una reazione tipica di chi ha come riferimento l’arte classica, dove la capacità tecnica è più immediatamente riconoscibile. Col tempo però qualcosa è cambiato. Alcune persone si sono avvicinate, hanno iniziato ad andare nei musei, a interessarsi.

Ha percepito un cambiamento reale nei suoi collaboratori?
Sì. Oggi noto anche una sorta di orgoglio nel lavorare in un ambiente dove c’è arte in tutti i reparti, non solo negli uffici ma anche nella produzione. Non so dire con precisione quanto sia cambiata la loro percezione dell’arte in senso più ampio, però c’è interesse. Ci sono persone che mi fermano e mi chiedono spiegazioni, il significato di un’opera davanti alla quale lavorano tutti i giorni. Non metto didascalie, non voglio che l’azienda diventi un museo. Ogni tanto mi fermo io, anche per rompere il ghiaccio, e chiedo se qualcuno vuole sapere qualcosa su un’opera, magari un lavoro di Mark Kostabi o di Stefano Arienti, e da lì nasce una conversazione. È proprio un modo per creare un terreno comune. 

Per lei l’arte è sempre stata una passione?
Il primo quadro l’ho comprato a quindici anni, con la mia prima paghetta estiva lavorando in azienda. 

Che opera era?
Di Nikola Pankov, un artista di Arona, dove vivo. È un pittore straordinario, fa una pittura molto leggera e raffinata. Sono partito da lì, poi ho iniziato a frequentare gallerie e artisti, soprattutto neoconcettuali milanesi degli anni Novanta, come Massimo Kaufmann, Cingolani, Stefano Arienti, Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft. A un certo punto sviluppi anche una certa capacità critica, un gusto, una direzione. Ho iniziato a collezionare in modo strutturato intorno al 2005.

C’è qualcuno che l’ha guidata in questo percorso?
Sì, un mentore, un designer con cui collaboravamo all’inizio degli anni Novanta. È stato lui a farmi fare lo switch verso l’arte contemporanea. Ho pensato di poter fare lo stesso con i miei collaboratori, mettendo a disposizione questa esperienza. Sono quasi più disponibile a parlare di arte che di lavoro. E questo aiuta molto, anche perché il giudizio sull’arte è per sua natura soggettivo, mentre sul lavoro ci sono delle oggettività, dei parametri più rigidi.

Ci sono opere che suscitano reazioni particolari?
Sì, ad esempio sulle scale che portano al reparto stile c’è un lavoro di Enzo Cucchi, con forme molto intense, uova, teschi, ossa, elementi tipici del suo immaginario. Ha generato commenti di ogni tipo. Ed è giusto così, è proprio questo il senso: creare confronto, anche disaccordo.

Come si è evoluta la collezione nel tempo?
C’è un elemento molto importante, che deriva anche da una consapevolezza personale: io non so disegnare. Ho quindi una grande ammirazione per chi ha una capacità artistica che percepisco quasi come un dono, un’ispirazione divina. Cerco sempre artisti in cui riconosco tale qualità. Vale per la pittura, ma anche per altri media. Anche nei video, per esempio, ci sono lavori che considero pittorici e altri no. Quando percepisco che c’è troppo marketing e poca capacità tendo a essere più freddo.

La sua collezione segue più la logica o l’intuizione?
All’inizio guidi tu la collezione poi, a un certo punto, le opere iniziano a dialogare tra loro e ti portano in una direzione. Quando vedi un nuovo lavoro ti piace anche in relazione a quelli che possiedi già, perché c’è coerenza, affinità. Non c’è nulla di speculativo. Non compro per investire. È chiaro che nel mondo dell’arte si parla anche di valori economici, e qualche operazione l’ho fatta, ma sempre con l’obiettivo di arrivare a un’opera che desideravo.

Questa logica di relazione tra opere si riflette anche negli spazi aziendali?
Sì, cerco spesso di creare dei rimandi tra le opere e i luoghi in cui sono inserite. Ad esempio, nella zona della maglieria ho inserito un lavoro di Vik Muniz ispirato alle carceri di Piranesi, realizzato tracciando un disegno con fili tesi tra chiodi e poi fotografato. Mi sembrava coerente con il tema del filo, della progettazione. Nel reparto customer service c’è un’opera di Mark Kostabi con due figure rosse, quasi manichini, che si stringono la mano attraverso un meccanismo: un’immagine che richiama il tema delle relazioni, della mediazione, del contatto. Nel reparto produttivo, dove lavorano prevalentemente donne, c’è un lavoro di Andrea Bowers con la scritta «Sisters Be Strong», una figura femminile armata, realizzata su cartone. È un’opera molto forte, legata al suo lavoro di artista e attivista femminista. Io la uso anche in modo un po’ ironico, dicendo alle nuove arrivate che devono essere forti, ma concludo sempre scherzando che non devono prendermi alla lettera e spararmi.

L’arte ha un impatto diretto sul lavoro creativo in azienda?
Direi di no, non in modo diretto. Arte e moda sono vicine, ma diverse. Ci sono designer che sono veri e propri artisti, ma nel nostro caso non c’è un passaggio diretto tra un’opera e una collezione. Ciò che cambia è l’ambiente. Si crea un’osmosi, un’atmosfera che rende tutto più contemporaneo, meno chiuso. Anche se la moda è già un settore creativo, avere intorno qualcosa di completamente diverso, anche astruso, dà un senso di maggiore modernità.

La collezione è privata o aziendale?
È una collezione privata che utilizzo come estensione della casa all’interno dell’azienda. Le opere più strutturali, come installazioni o interventi permanenti, sono aziendali, mentre molti lavori sono miei e li sposto liberamente. Ad esempio nello showroom di Milano c’è un lavoro site specific di Pae White intitolato «Fair Winds & Following Seas», e l’installazione di Latifa Echakhch «Fantasia», con pali di bandiera senza bandiere che si incrociano e alludono a un superamento dell’identità nazionale. In azienda a Lesa c’è un lavoro di Lee Jaeyho, artista coreano che ha realizzato un intervento con pietre raccolte dal fiume Erno, componendo la forma del Lago Maggiore attraverso il vuoto. C’è anche un wall painting di un giovanissimo Nicolas Party su una parete esterna dell’azienda.

Ha mai pensato a una fondazione o a una mostra pubblica?
Non mi interessa ora. Forse lo faranno i miei figli in futuro. Io mi sento ancora in una fase attiva. Le opere però viaggiano molto, in prestito ai musei. Ho un lavoro di Andrea Bowers, una farfalla intitolata «Papillon Monarque (Migration is beautiful)», che è molto ricercata. E anche un’opera di Margherita Manzelli, «Nottem», molto esposta. Quando vedo le mie opere nei cataloghi di musei importanti, come La Triennale, il MoMA o l’MCA di Chicago, provo un certo orgoglio. Anche se di solito non metto il mio nome, ma la dicitura «collezione privata».

Come nasce il Premio Herno a miart? 
Il premio, che ha superato i dieci anni di attività, nasce da una riflessione legata al mondo della moda e all’identità di Herno, con l’obiettivo di evitare l’ennesimo riconoscimento rivolto al singolo artista. L’attenzione si sposta su un elemento centrale nella moda: il contesto. Così come un capo acquista valore attraverso il modo in cui viene presentato, anche un’opera d’arte è influenzata dallo spazio, dall’allestimento e dal dialogo con ciò che la circonda. Da qui l’idea di premiare lo stand della galleria, riconoscendo il lavoro curatoriale, la capacità di costruire un racconto coerente e di valorizzare le opere attraverso l’insieme.

Come vede oggi miart?
Ha conosciuto una crescita significativa negli anni, oggi ha una riconosciuta dimensione internazionale, pur avendo ancora margini di sviluppo. Si percepisce una direzione chiara e una volontà di crescita ulteriore. Il nuovo assetto espositivo, in particolare l’ingresso più luminoso e accogliente, trasmette una sensazione positiva, mentre resta da valutare l’impatto della distribuzione su più piani sull’esperienza del pubblico. In generale, una fiera d’arte viene vista come un indicatore importante della vitalità di una città: contribuisce a renderla più attrattiva, dinamica e contemporanea. In questo senso, Milano sta lavorando molto bene e miart rappresenta un tassello significativo di questo percorso.

Spazio Herno, Pae White, «Fair Winds & Following Seas», 2023

Davide Landoni, 08 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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