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Stefano Causa
Leggi i suoi articoliMezzo secolo fa un focus sulla tipologia delle pale d’altare non si sarebbe potuto neanche immaginare. Soprattutto a Napoli. Al tempo in cui la critica meridionale viveva protetta sotto il manto di uno scrittore storico d’arte come Roberto Longhi, la pala (che nel Vicereame spagnolo si definisce come «cona») è un dipinto a vocazione museale da raccontare con metafore che si chiudano a lucchetto. Quanto ci sia intorno, scolpito o intagliato, non esiste perché nessuno ci bada. Pochi sono in grado di precisare se le pale siano ad arcosolio, monoiconiche, eucaristiche o, per dire, con lunette ad arco inflesso. Si potrebbe continuare; ma se manca all’appello l’oggetto non ci sarà bisogno di presentarlo con parole acconce. Mettici che la carpenteria di una pala è un’evenienza che, nello stato in cui spesso versano le opere al Sud, diventa molesta. Meglio soprassedere e, anche in sede fotografica, eliminarla.
Ma la pala d’altare nel Meridione è un animale complesso costituito da parti dipinte e lavorate. La carpenteria non è mera soglia ma parte integrante del testo. Così, in questo libro di un giovane studioso, Orazio Lovino, che non ha ancora perso la spinta a montare sul treno dell’alta filologia, a essere nuovo è innanzitutto il lessico. E se cambia la nomenclatura, si trasforma la modalità di accostamento al manufatto. Non è un caso che a scortarlo fuori di rada sia stato chiamato un conoscitore attentissimo alle tipologie come Andrea De Marchi. Coperta in ambito settentrionale, specie toscano, la storia delle pale d’altare si rintraccia con fatica negli studi meridionali di secondo ’900. Qui, dove la scottatura di Longhi è durata più a lungo che altrove, soltanto negli ultimi decenni sono rientrate in ballo questioni di forme e contesti (chiedete a uno studioso come Stefano De Mieri). Attenzione: la stretta longhiana sui temi fu soltanto apparente (il biglietto da visita dei maggiori longhiani meridionali, Raffaello Causa e Ferdinando Bologna, fu nel 1950, alla vigilia dell’ubriacatura caravaggesca della cultura italiana, un rendiconto a quattro mani sulla scultura lignea, acerbissimo e geniale). La morsa del maestro avrebbe coinvolto semmai il punto di osservazione e, naturalmente, la scrittura. Ma rimanevano fuori troppe cose, anche essenziali. La forma, le tipologie, lo studio dei contesti. Avvisaglie, a ripercorrere la bibliografia, non ne mancano. Nel saggio, uscito ormai quarant’anni fa, sul pittore fiammingo Teodoro d’Errico, Carmela Vargas è tra le prime a considerare i soffitti di chiese napoletane e meridionali come organismi unitari. Da quel libro, che si tiene a distanza dalle sirene longhiane, sono nate alcune delle matrici di questo volume di Lovino che dai soffitti scende alle pale. Un lavoro ricchissimo, il primo titolo che mancasse davvero allo scaffale meridionale. Resta la soddisfazione che a pubblicarlo sia stato un editore napoletano che insiste a sparigliare le carte con una scelta di titoli sempre poco allineati.
La pala d’altare dipinta nel Regno di Napoli. 1443-1530
di Orazio Lovino, 504 pp., ill., Paparo, Napoli 2025, € 75
La copertina del volume
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