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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliRileggere la Torre Branca attraverso la fotografia significa tornare su un monumento che ha accompagnato la costruzione dell’immaginario urbano milanese. È questo il fulcro della nuova mostra di Francesco Jodice alla Galleria Frittelli Rizzo di Milano, una rassegna dedicata alla torre progettata da Giò Ponti e ad «altri luoghi comuni», dove architettura, storia e immagine si intrecciano.
La Torre Branca viene inaugurata nel 1933 al Parco Sempione. Pensata per dialogare con la Madonnina del Duomo senza superarla in altezza, la struttura si impone come segno verticale di una città che guarda allo sviluppo industriale e alla modernità. Un riferimento fisico e simbolico che attraversa il Novecento milanese.
È su questa stratificazione che interviene Francesco Jodice (Napoli, 1967), presentando nella sede milanese della Galleria Frittelli Rizzo, aperta a settembre scorso, un progetto che attraversa tempi diversi. Le sue fotografie non si limitano a documentare un’architettura, ma ne seguono il movimento tra presente e passato, costruendo una relazione continua tra esperienza personale e memoria collettiva.
La Torre Branca è anche «un’esperienza corporea». La salita in ascensore tra i piloni di ferro, con il vuoto che accompagna l’ascesa, è rimasta impressa nell’immaginario di molti. Anche nei lunghi periodi di chiusura, la torre ha conservato il valore di prototipo dello sviluppo industriale e di punto di orientamento urbano. Un’idea di città che sale, che richiama non solo le avanguardie artistiche, ma anche le trasformazioni urbanistiche ed edilizie di Milano.
Questa attenzione alla forma come documento avvicina il lavoro di Jodice a una tradizione fotografica che ha indagato l’architettura industriale in modo sistematico. Il riferimento ai coniugi Bernd e Hilla Becher è evidente nel rigore con cui le strutture verticali vengono osservate come «sculture anonime», testimonianze di un’epoca e di un modello produttivo. Allo stesso tempo, il progetto si apre a una riflessione più ampia sul tempo. Fotografie storiche riprogettate, scatti contemporanei e il modello originale realizzato da Giò Ponti costruiscono una sequenza che mette in relazione epoche diverse. Un’idea di temporalità non lineare, che trova un’eco nelle riflessioni scientifiche sul Tempo come sistema di relazioni piuttosto che come semplice successione di passato e futuro.
Questa dimensione si riflette anche nel rapporto tra fotografia e tecnologia. Jodice intreccia il proprio sguardo con gli strumenti che hanno trasformato il modo di osservare e registrare il reale, dal pensiero computazionale fino ai dispositivi digitali che hanno modificato il sentimento fotografico negli ultimi decenni. La fotografia diventa così un luogo di progetto, più che di semplice registrazione.
Al centro del percorso espositivo si collocano quattro immagini della cupola della torre. All’interno delle vetrate, Jodice inserisce nuovi titoli in stampatello, affidando alle didascalie un ruolo narrativo. «Torre Branca Menta» introduce una dimensione sonora e quasi ironica. «Milano Calibro Nove» richiama il film di Fernando Di Leo, con la trascrizione di alcuni dialoghi che mettono in relazione cinema e fotografia. «Nata di marzo», dal film di Antonio Pietrangeli, si costruisce attraverso frasi che hanno colpito l’artista. «Torre Littoria» riporta una frase storica che apre una riflessione sull’adesione al fascismo da parte di architetti e artisti dell’epoca, da Terragni allo stesso Giò Ponti, fino a Mario Sironi.
Lo sguardo di Jodice torna infine al parco e alla torre fotografati «dal vero». La grande panoramica restituisce la temperatura della luce e la presenza fisica dello spazio. In questo contesto, anche i dettagli marginali acquistano peso, come accade nella fotografia urbana contemporanea che legge la città come sistema complesso, in linea con le grandi composizioni di Andreas Gursky. La città che emerge è fatta di segni, strutture e relazioni. Può essere osservata anche attraverso l’ironia grafica di Saul Steinberg, che con i suoi disegni giocava con lo spazio urbano trasformandolo in un racconto visivo pieno di humour e metafore, oppure attraverso la scrittura di Italo Calvino, dove le città diventano organismi complessi e narrativi, pieni di percorsi, connessioni e sorprese. In entrambi i casi, lo spazio urbano non è uno sfondo neutro, ma un tessuto vivo in cui abitanti, storia e immaginazione si intrecciano. Jodice, attraverso fotografia, testo e riferimento storico, costruisce una lettura stratificata di un’architettura che continua a interrogare il presente. Un monumento che, più che imporsi come immagine iconica, funziona come punto di misura del tempo, delle trasformazioni urbane e del modo in cui una città guarda se stessa.
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