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«Canicula», il termine latino che dà titolo alla mostra veneziana diventa metafora di un’epoca segnata da sovraccarico sensoriale, saturazione informativa e abuso di potere
- Alessia De Michelis
- 17 febbraio 2026
- 00’minuti di lettura
Uno still dal video «24 Landscapes + A Vision», 2026, di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti
Courtesy degli artisti e di Fondazione In Between Art Film
L’ultimo atto di Fondazione In Between guarda alla luce e al caldo torrido come condizioni percettive e politiche del presente
«Canicula», il termine latino che dà titolo alla mostra veneziana diventa metafora di un’epoca segnata da sovraccarico sensoriale, saturazione informativa e abuso di potere
- Alessia De Michelis
- 17 febbraio 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliSarà il calore estremo, più che la luce, a chiudere un arco narrativo iniziato tre Biennali fa. Con «Canicula», la Fondazione In Between Art Film conclude la propria «Trilogia delle incertezze», presentando dall’6 maggio (fino al 22 novembre) al Complesso dell’Ospedaletto di Venezia un nuovo capitolo concepito in occasione della 61ma Mostra d’Arte Internazionale. Dopo «Penumbrae» (2022) e «Nebula» (2024), il percorso culmina in una riflessione sulla luminosità accecante e sulla temperatura torrida come condizioni percettive e politiche del presente.
Il termine latino che dà il titolo alla mostra (letteralmente «piccolo cane», ma oggi sinonimo dei giorni più caldi dell’estate) diventa metafora di un’epoca segnata da sovraccarico sensoriale, saturazione informativa e abuso di potere. Curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, «Canicula» riunisce otto nuove installazioni video site specific commissionate e prodotte dalla Fondazione, istituzione ideata da Beatrice Bulgari per sostenere la cultura delle immagini in movimento.
Le opere interrogano la pressione esercitata su corpi, memoria e linguaggi. Lawrence Abu Hamdan con «450XL: The Story of a Fugitive Sound» indaga il potenziale politico del silenzio e le tecnologie di repressione sonora; Massimo D’Anolfi e Martina Parenti in «24 Landscapes + A Vision» attraversano cicli di distruzione e rinascita dal buio alla luce. La violenza e la propaganda emergono in «Affirmations» di Roman Khimei e Yarema Malashchuk, mentre Janis Rafa riflette su sfruttamento e sacrificio in «Sacrificial Transgressions».
Con «Terminal Lucidity» P. Staff esplora l’illusione percettiva; Wang Tuo affronta l’ibridazione postumana in «The Experimental Paradigm of Ownership and Autonomy»; Yuyan Wang monta flussi di immagini industriali in «Sweet Dreams (Are Made of Sludge)»; Maya Watanabe con «Jarkov» dilata lo sguardo a temporalità preumane.
L’allestimento, firmato da Ippolito Pestellini Laparelli con lo studio 2050+, trasforma la chiesa di Santa Maria dei Derelitti, la Sala della Musica e gli altri ambienti dell’Ospedaletto in un’architettura cinematografica immersiva. Un simposio al Teatrino di Palazzo Grassi, in collaborazione con Palazzo Grassi, e un catalogo edito da Marsilio Arte accompagneranno in autunno la mostra, espandendo il dibattito sulle forme e le vertigini dell’eccesso contemporaneo.
Still di produzione da «Terminal Lucidity», 2026, di P. Staff. Courtesy dell’artista e di Fondazione In Between Art Film